venerdì 15 marzo 2019

Arrivederci anni '90 - Perché "Beverly Hills, 90210" è stato importante, da una che ancora puzzava di latte e non di Teen Spirit (parte 2)



La settimana scorsa ci eravamo lasciati con un excursus lungo dieci anni (sì, i mitici '90s), che potete ripercorrere in pochi minuti qui.


Gli anni passano e Beverly Hills ne segna gli umori, le paure, le speranze, i sogni, le mode.
Il primo vero teen drama della storia della tv, a cui, oggi, si perdona una certa ingenuità nella sceneggiatura e nella regia, estranee alla cura delle serie tv contemporanee, e di cui si celebra invece il coraggio di parlare con schiettezza, con un linguaggio semplice ma diretto, di temi scomodi e mai affrontati prima: gli adolescenti e il sesso, l'AIDS, la droga, l'alcool, i disturbi alimentari, il suicidio,
la violenza sulle donne, il razzismo, la popolarità e i rischi che comporta, oltre a tutte le sfumature più tenui, ma non meno importanti, della vita di un adolescente. Abbiamo vissuto insieme ai protagonisti esperienze formative impresse nei nostri ricordi: il primo giorno in una nuova scuola, le nuove amicizie, la patente, il primo bacio, la prima volta che abbiamo fatto sesso, la prima volta che ci siamo sentiti grandi, la prima volta che abbiamo sofferto fino a sentire di annegare, di non poter respirare. E sia che fossimo adolescenti noi stessi, o, come nel mio caso, bambini che fantasticavano sul proprio futuro, abbiamo sentito di non essere soli; qualunque cosa stesse succedendo o sarebbe successa nelle nostre vite, sapevamo che ai ragazzi di Beverly Hills era successa e l'avevano affrontata, potevano essere i nostri mentori, o i nostri amici, capaci di consigliarci qual è la cosa giusta da fare, protettivi e affidabili come sono stati tante volte gli uni per gli altri, ma anche amici che sbagliano spesso, non supereroi ma esseri umani (persino l' apparentemente infallibile e talvolta petulante Brandon!).



                                                     Puntata 2x07, la gita in campeggio



                                                         Puntata 1x13, il pigiama party



                                                          "Incontriamoci al Peach Pit"
                                 


Beverly Hills ci ha confezionato un mondo apparentemente perfetto, fatto di lusso, vetrine blasonate, vestiti alla moda, macchine sportive, spiagge, palme e sole, e poi ci ha detto: "Guardate meglio, guardate sotto la superficie!". Ha scoperchiato il vaso di Pandora, squarciato il velo, ci ha introdotti dietro le quinte del sogno americano di una gioventù privilegiata e disperata, vitale e fragile, di buoni sentimenti ma anche spaventata e insicura. Ragazzi e ragazze nei quali, nonostante la distanza, potevamo riconoscerci, così lontani dai noi e dalla nostra quotidianità per lo stile di vita, ma anche così vicini per stati d'animo ed emozioni. In Beverly Hills trovavamo sia un modello a cui aspirare, sia un modello in cui rispecchiarci, un equilibro difficile che raramente si è ripetuto nei teen drama futuri, o ambientati in realtà provinciali piuttosto deprimenti e vicini alle nostre, oppure troppo superficiali e patinati, seducenti nelle immagini e nelle atmosfere ma incapaci di comunicare davvero qualcosa.



                              Beverly Hills 90210 e i suoi epigoni: Dawson's Creek (♥), The OC,
                              Gossip Girl, One tree hill, 90210 (vero e proprio spin-off della serie)



La magia che Beverly Hills ha saputo creare è irripetibile, non perché non ci siano stati e non ci saranno telefilm altrettanto belli, coinvolgenti, capaci di intrattenere e di informare e, diciamolo pure, fatti meglio. Certo che ci sono stati, ma Beverly Hills era prima dell'inizio dell'epoca d'oro della serialità televisiva, è stato l'archetipo del teen drama, ha aperto una strada che poi è stata ripercorsa svariate volte, ha scombinato i canoni fino ad allora in gioco e dato inizio a una nuova era televisiva. Ha fatto da tramite tra una vecchia televisione in cui i telefilm erano nulla più che soap opera o sit-com a una nuova televisione che pullula di serie tv gioiello, piccoli capolavori di regia, fotografia e sceneggiatura alle quali oggi partecipano senza più vergogna, ma anzi con entusiasmo, attori, registi, sceneggiatori e produttori cinematografici. Un'innovazione che poi, nel '98, è stata ancora più evidente con Sex&TheCity , altra serie rivoluzionaria creata da Darren Star. Oggi i generi si mischiano e si sovrappongono, il teen drama dal cast corale e la comedy-drama sono ormai capisaldi, la libertà concessa alle serie tv è pressoché illimitata e i tabù dimenticati e continuamente infranti. Ma Beverly Hills è stato il primo, e all'epoca l'unico: c'era solo quello "per i ragazzi" e tutti, o quasi, lo guardavano, tale era il potere accentratore dei vecchi media, a confronto con la dispersività dei nuovi media e di un'offerta vastissima. Beverly Hills è figlio di un'epoca che non c'è più e proprio per questo irripetibile, un'epoca che la serie ha saputo raccontare bene e che per molti di noi corrisponde all'infanzia, all'adolescenza e alla giovinezza, per questo gli saremo sempre affezionati e non lo dimenticheremo mai, come si resta sempre affezionati al primo ragazzo o alla prima ragazza che hai amato, anche se non era "l'anima gemella" e un po' l'avevi resa migliore tu con tutte le tue proiezioni su di lei. Per questo, poi, perdere il primo amore è come perdere sé stessi.




Luke Perry, che come ormai tutti saprete è scomparso lunedì quattro marzo, era parte di quella magia, l'ha incarnata per molto tempo, grazie a un personaggio affascinante e complesso che racchiudeva in sé tutte le contraddizioni della serie e, forse, di una generazione. Fortemente voluto dal produttore Aaron Spelling, gli autori gli hanno cucito addosso il mito di James Dean, e gli stava proprio bene, come quei jeans slavati a vita alta, la maglietta bianca e il chiodo di pelle nera. Inquieto, sensibile, strafottente, gentile, solitario, romantico, "emarginato" rispetto al gruppo eppure il più desiderato di tutti, uno che a volte si prendeva un po' troppo sul serio (non aveva certo la leggerezza e l'autoironia di personaggi come Steve e il David degli inizi). Bello e dannato, ha avuto a che fare con alcol, droga, una famiglia assente, un padre dai contatti loschi, e, ebbene sì, troppi soldi da gestire. Per molti è stato il ragazzo che avrebbero voluto essere e per moltissime è stato la prima crush, il primo amore telefilmico, e per questo gli saremo sempre affezionati e non lo dimenticheremo mai.


https://www.vulture.com/2019/03/luke-perry-made-it-cool-to-be-kind.html (articolo tributo a Luke Perry)




E ora ditemi, cos'ha significato la serie per voi? La seguivate? Avete ricordi particolari riguardo a quel periodo? Fatemelo sapere nei commenti!




Silvia

venerdì 8 marzo 2019

Arrivederci anni '90 - Perché "Beverly Hills, 90210" è stato importante, da una che ancora puzzava di latte e non di Teen Spirit (parte 1)



Estate 1992 (o '93?)

Ormai so parlare, e parlo continuamente. Non fuori, certo, il mondo esterno mi rende titubante e sono tutti ancora troppo alti, ma a casa parlo senza sosta e recupero tutti i silenzi e i tempi morti. Parlo a ruota libera delle cose che mi piacciono, e già preferisco i telefilm ai cartoni (telefilm, non serie tv, sono gli anni '90, bellezza). Assillo i miei fratelli più grandi con le storie di Dylan, Brenda, Brandon, Kelly, Steve, Andrea, David e Donna; ne parlo come se fossero miei amici, o, data la differenza di età, miei fratelli maggiori. Mi sono innamorata di Dylan, ovviamente, e sono team Dylan&Brenda (la coppia telefilmica con l'affinità sullo schermo più forte di sempre, quella che dà un senso alla frase "They have chemistry"). Anche mia sorella, che ha otto anni più di me, ogni tanto guarda la serie, ma per lei non è lo stesso, un po' le piace, un po' la annoia. Non inizia a sclerare se due personaggi si baciano o se quel giorno lei non può vedere la puntata (puntate, non episodi), non corre frenetica per casa direzione divano quando sta per iniziare la sigla, e se io le dico: "Ma c'è Beverly Hills!", lei a volte mi guarda con scherno e risponde sprezzante: "Silvia, ho di meglio da fare!", e se ne va in camera sua a leggere Topolino. Mi piace guardare le puntate con lei, ma mi va bene anche guardarle da sola, soprattutto se noto che lei non è sufficientemente coinvolta. In quei momenti ho tutto quello che mi serve: divano, tv, occhi sgranati, nessun passato e un futuro infinito davanti a me su cui fantasticare e proiettare tutti i sogni ad occhi aperti e le immagini e i film mentali che mi faccio vedendo Beverly Hills, 90210 su Italia 1.






Estate 1993 (o '94?)

Le mie cugine più grandi guardano Beverly Hills. Quando lo scopro, e sento parlare anche loro di Dylan, Brenda, Brandon e Kelly e compagnia bella, sono sorpresa, un po' emozionata, e anche un po' infastidita, già preda di quella gelosia che mi solletica quando vengo a sapere che qualcuno della vita reale guarda i miei telefilm. A proposito di gelosia, inizio a capire che è un sentimento che mi affascina particolarmente: il triangolo Dylan-Brenda-Kelly mi ha completamente rapito, e le puntate in cui qualcuno si bacia o tradisce l'altro le guardo con un misto strano di fascinazione, rabbia, divertimento, senso di giustizia ferito. Intanto sviluppo a pieno quella che definirei una forma primitiva ed essenziale di American Dream, nella sua accezione californiana e assolata: sogno di essere grande, di essere ricca, di andare a vivere in California e di passare le giornate in costume da bagno sulla spiaggia con i miei amici. La Calabria, dove passo le estati, non è la California, ma c'è il mare, c'è la sabbia, ci sono i miei fratelli e tutti i miei cugini più grandi in età da Beverly Hills con le loro comitive di amici (la comitiva, non fa tanto anni '90? Forse no, ma per me è oggetto mitologico di un tempo andato semplicemente perché poi non l'ho mai avuta…), io sono felice e spensierata e passo tutte le giornate in costume da bagno sulla spiaggia, e tanto basta per farmi sovrapporre finzione e realtà. La California non è poi così lontana.












Estate 1994 (o '95?)

Magliette con le facce stampate dei protagonisti, occhiali da sole, lenzuola, asciugamano da mare, quaderni, cartoline, bambole, figurine, riviste, poster, zainetti...
Capelli lunghi, ciuffi che sfidano la gravità, basette, frange che quasi coprono gli occhi, All Star, jeans a vita alta, magliette larghe, camicie di flanella, gilet, vestitini a fiori, pelle diafana, rossetti opachi. Merchandising e moda, oggetti e status-symbol; non potremo permetterci la Corvette di Steve o la Porsche di Dylan, i vestiti di Donna, Kelly e Brenda o le loro case da sogno, ma possiamo vestirci e pettinarci come loro, possiamo accumulare cimeli con i loro volti, incollare le loro facce su diari e quaderni, e pazienza per gli attori che ormai sono destinati ad essere ombre dei loro personaggi e, al tempo stesso, icone di un'epoca.






 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Estate 1995 (o '96?)

La mia routine estiva è frenetica, tanto che sono costretta a segnare gli impegni su un'agenda:

-h 11 colazione
-h 13 pranzo
-h 14 compiti delle vacanze
-h 15 Beverly Hills su Italia 1



Estate 1996 (o '97?)

Ho scoperto che qualche mia compagna di scuola guarda Beverly Hills, solita sorpresa mista a fastidio che abbiamo visto nelle puntate precedenti. Tra l'altro la loro preferita è Kelly, dico ma si può?!



Estate 1997 (o '98?)

Inutile negarlo, dopo l'addio di Shannen Doherty le cose non sono state più le stesse. Ormai assistiamo puntata dopo puntata alla deriva della serie in soap-opera che ribatte sugli stessi punti, ricicla storyline, ripropone consunti triangoli amorosi, cerca l'effetto shock e sembra non avere più molto da dire. Per fortuna ci sono le repliche delle vecchie puntate.





 Estate 1998 (o '99?)

Mi appassiono alle repliche di Beverly Hills come se le vedessi per la prima volta. E, a dire il vero, molte le vedo proprio per la prima volta, considerando quanto ero piccola ai tempi della prima messa in onda. È come ritrovare gli amici di sempre.





 Estate 1999 (o 2000?)

La serie si avvia alla conclusione. Ci ha tenuto compagnia per dieci lunghi anni (1990-2000 in America, in Italia è arrivata un paio d'anni dopo). La perdo di vista per un po', ma è solo un arrivederci. La riscoprirò più volte negli anni successivi, sempre siano lodate le repliche, e ogni volta capirò qualcosa di nuovo, non perché la serie sia un prodotto sofisticato che si presta a più livelli di lettura, intendiamoci, ma perché sto crescendo e inizio a vedere cose che prima ignoravo, e le emozioni dei protagonisti ora mi toccano ancora più da vicino, mi fanno sentire meno sola e mi fanno evadere dai miei momenti più bui. (Voi amanti delle serie tv, lo so, mi capirete, gli altri...Beh ma se non amate le serie tv cosa ci fate qui? Perché state ancora leggendo? Andate ad amare qualcosa, perdio!).


Vi saluto con questo video che raccoglie alcuni dei momenti più belli delle prime tre stagioni, ovvero gli anni del liceo; in sottofondo una canzoncina catchy, un po' trash, un po' commovente, che calza a pennello.







to be continued…




Silvia

venerdì 3 marzo 2017

Le Sorellastre VS Le Commesse - II° round



- Silvia, ti va di andare in centro a guardare le vetrine?

- Certo, solo quello posso fare, perché se apri il mio portafoglio escono farfalle.

- Farfalle?

- Va beh, poi ti spiego...

- Allora, alle tre passo da te?

- Facciamo quattro e mezza, ché devo depilarmi.

- Depilarti?

- Eh, poi ti spiego...





Alle tre suona il campanello. E io ho una gamba sollevata sul lavandino mentre brandisco un silk-epil in una mano e una striscia di cera bollente nell'altra. Tra i denti, ovviamente, un rasoio a tre lame.
Mi esibisco in una serie di triple bestemmie carpiate con doppio avvitamento e poi, con la morte nel cuore, indosso una vestaglietta discinta e vado ad aprire.

- Chi èèè? - chiedo melliflua, con un principio di ulcera che si fa strada.

- Silvia sono io, Giada!

- Puoi aspettare un attimo che...Entra...

Giada indossa un coordinato bianco avorio con dettagli in stampa tartan beige. Ai piedi, ovviamente, le sue fidate Hog  sneakers di gran classe. Mi guarda come si guarda un insetto, o come un insetto guarda un umano, poiché probabilmente lo schifo è ricambiato. Io accampo scuse di ogni tipo, faccio leva sulla comprensione e la benevolenza che Giada ha probabilmente perso in fondo alla sua borsa Vuit di gran classe.

- Cinque minuti e sono pronta - mi limito a dire.


Dopo circa due ore e quarantacinque minuti io e una sempre più irritata Giada siamo nelle vie del centro a fissare le vetrine. Lei le fissa con circospezione, poi fa una smorfia di disappunto, un'alzata di spalle, e tira dritto. Io mi attacco tipo ventosa con mani, piedi e lingua ad ogni vetrina che esponga qualcosa che mi piace e che costa troppo. Le due condizioni di solito si sostengono a vicenda e non si abbandonano mai. "Sarò mai milionaria?", mi chiedo sognante e malinconica.

- No! - sentenzia Giada - Questo vestito è semplicemente ORRENDO! Ma come si permettono?

- Ma quale? Quello con lo sconto del quaranta per cento?

- Cosa? È scontato?

- Sì guarda, c'è scritto che...

Giada lascia una scia come i personaggi dei cartoni quando scappano, e io mi ritrovo a parlare con il manichino, esperienza alla quale purtroppo non sono estranea.

Seguo controvoglia la mia "amica" nel negozio e subito mi si para davanti La Commessa Stronza.

- La stavo aspettando! - sibila malefica.

- Come scusi? - chiedo io evidentemente turbata.

- Ho detto: "Co-sa sta-va cer-can-do?" - ripete lei infastidita, sillabando le parole.

Io d'istinto mi guardo i piedi, ché se c'è un momento buono per librarmi e prendere il volo come nella pubblicità della Red Bull, potrebbe essere quello.

- Sono con...La mia amica è...

- Sta cercando qualcosa, signora?






- No, aspetto la mia amica che sta provando un vestito...

- Questa non è una sala d'aspetto, mi dica cosa le può servire...Giacche, pantaloni, gonne, vestiti...

...carabine, rivoltelle, fucili a canna liscia...

- Delle scarpe, forse...Ma non so se ne abbiamo di suo gusto... - conclude fissandomi gli stivaletti neri malconci.

- Guardi, non mi serve niente...

- Ne è proprio sicura? - e di nuovo quello sguardo di compatimento e disgusto.

- Niente che lei possa darmi, sicuramente.

Vorrei aver risposto così. Ma mi sento limitata a dire:

- No, grazie, mi siedo qui ad aspettare la mia amica...

- Il pouf è per i clienti che devono provare le nostre scarpe. Se vuole sedersi deve provare le nostre scarpe.

- Preferirei la morte.

Vorrei aver risposto così, restandomene comoda sul pouf più morbido del mondo. E invece:

- Allora aspetto fuori.

- Bene. Arrivederci.

Ma io ti bruc boicotto il negozio, io ti denunc  scrivo una lettera alla gazzetta, tutti devono sapere quanto siete stronzeee in questo negozio per fighetti con i pouf più comodi del mondo, i manichini senza faccia e le pareti di pelle nei camerini. Non può tanta stronzaggine passare impunita, non è giusto.


Epilogo.

Che fine hanno fatto i personaggi della storia?

Giada ha comprato il vestito nero al quaranta per cento, l'ha messo due volte.

La Commessa Stronza lavora ancora nel negozio del centro con i manichini senza faccia, si finge quasi umana con le clienti da mezzo milione di euro, tratta da stronza tutti gli altri.

Io mi attacco tipo ventosa con mani, piedi e lingua ad ogni vetrina che esponga qualcosa che mi piace e che costa troppo. Le due condizioni di solito si sostengono a vicenda e non si abbandonano mai.
"Sarò mai milionaria?", mi chiedo sognante e malinconica. "Probabilmente no", mi rispondo, accennando un sorriso.




Silvia

martedì 14 febbraio 2017

Self-love is not a bad word

 
 



Scrivo perché ho avuto una brutta giornata e vorrei parlarne con qualcuno. Io sono una persona insicura, ho vari problemi di autostima, di relazione con gli altri, il problema, soprattutto, di non riuscire ad "essere me stessa", e a fregarmene un po' del giudizio della gente, che è quello che si dovrebbe fare alla fine per la sopravvivenza. Nonostante questo cerco di essere felice, cerco di essere positiva, di non guardare al passato, di combattere i miei "demoni" o perlomeno di conviverci.         
Poi però succedono cose, come oggi, che mi buttano terribilmente giù, molto più di quanto vorrei. Ero in centro e stavo andando a ritirare delle scarpe. Per strada mi ferma uno di quei ragazzi che ti allungano il volantino del caso per poi costringerti a comprare qualcosa o ad abbonarti a qualcosa. Ci sono sempre in quella via e li detesto, perché sono invadenti; io dico, gentile ma ferma, perché so quanto insistono: "No, grazie". Lui, col suo accento napoletano mi fa: "Non devi comprare niente". E, insistendo, mi mette quasi in mano una foto di gattini, che non voglio neanche sapere cosa fosse perché SO BENE che se l'avessi presa in mano sarebbe venuto fuori che dovevo dare i miei dati per qualcosa o fare donazioni per qualcosa, perché va sempre a finire così. Allora, senza guardarlo, continuo a camminare e ripeto: "No, grazie". E niente allora faccio per andare avanti e proseguire sulla mia strada, e lui mi fa: "Brava, sei brava....Cessa!". L'ha detto quando mi ero quasi allontanata ma non troppo, così da non dirmelo in faccia per darmi possibilità di reazione, ma a voce decisamente alta così che lo sentissi chiaramente. Ora, io non sono probabilmente una bella ragazza. Cioè poi io mi posso anche piacere e andare bene così, perché alla fine uno è come è, però certo, non si può dire che gli altri mi notino positivamente per il mio aspetto. E sì il fatto di non essere "bella" è un po'(molto) un mio complesso, perché di fatto è qualcosa a cui penso spesso e che mi fa star male perché mi rende tremendamente insicura. Sentendomi brutta mi sento anche frenata ad esprimere ciò che penso, perché è come se non fossi libera. È come se dovessi mettermi per forza nella posizione di "quella bruttina che però almeno sa di esser brutta e quindi si autocommisera e non fa il passo più lungo della gamba". Non so se mi spiego. Non posso rischiare di essere brillante o di dire cose fuori dagli schemi quando gli altri per tutta risposta hanno il potere di screditare tutto ciò che dico e sono pensando, o dicendo, che sono un cesso. Anzi, una cessa. Mi dà fastidio che un perfetto estraneo si possa prendere il diritto di dirmi una cosa del genere, e di farmi stare poi pure male. Sul momento anzi ho reagito inaspettatamente bene per i miei standard, nel senso che non mi sono messa a piangere in mezzo alla strada. Oggi sono solo andata avanti senza dire e fare niente. Poi in realtà sarei voluta tornare indietro a dirgli: "Non ti permettere mai più di offendere me o qualunque altra ragazza, e trovati un lavoro vero". Non so se ce l'avrei fatta a dirglielo, se mi avrebbe risposto con altri insulti, ma se ce l'avessi fatta credo mi sarei sentita meglio perché sono stanca di subire sempre in queste situazioni. Però insomma voglio dire, se anche fossi più brutta di quello che penso di essere, che maleducazione è dire una cosa del genere a una persona? Mi dispiace se ho questo naso che a differenza mia non è affatto timido, se ho questa bocca che è un punto, le sopracciglia spesse, l'aria da addormentata, e se sono troppo magra e gracilina che potrebbe bastare una folata di vento a farmi cadere. E sì ho mille altri difetti, lo so bene, ho pure i baffi, non ho seno, oddio probabilmente sono un mostro, ecco perché alla gente basta darmi un'occhiata per deridermi o guardarmi come se fossi uscita da uno zoo. Però ci sono giorni in cui riesco a vedermi anche carina dopotutto, ho begli occhi, bei capelli, se sorrido senza aprire troppo la bocca ho un sorriso carino, sono alta e ho un bel corpo, anche se sono troppo magra. Però certo lo so che non passerò mai per la bellezza sconvolgente che ti giri a guardare, di sicuro non faccio una buona prima impressione, e va bene così, però non vorrei neanche far talmente schifo da meritarmi i commenti della gente, capito? Cioè ok non son bella ma lasciatemi in pace!!! Ancora mi sento nella testa tutti i commenti e le cose tremende che mi dicevano alle medie.....Pensavo che crescendo le cose sarebbero cambiate, che io sarei diventata bella o che la gente avrebbe smesso di essere così indelicata, invece non cambia un cazzo. Scusa la parolaccia. Ma non cambia niente. Le persone che mi vogliono bene, alcune eh, non tutte, mi dicono pure che non è vero che son brutta, che sono carina, ma ormai io non ci credo più. Anzi non è vero neanche questo, io in un angolino dentro di me continuo a pensare di essere bella, probabilmente illudendomi, ma non riesco a credere di poter mai piacere a qualcuno. Nessuno potrà mai trovarmi abbastanza bella. Adesso per esempio c'è un ragazzo, che mi fa un sacco di complimenti e mi dice cose carine, sai, il genere di cose che uno vorrebbe sempre sentirsi dire. A me lui piace un sacco, ma so bene che queste cose che dice non contano, le dice solo perché è gentile, non posso credere che mi trovi realmente bella. Quindi alla fine anche quelli che sono carini con me lo fanno o perché mi vogliono bene e quindi passano sopra all' aspetto fisico, oppure perché loro sono brave persone e quindi educate. Ma innamorarsi di una persona è tutta un'altra cosa. Non ti innamori di una persona per educazione, ti innamori perché ti piace. E anche se io adoro stare sola, a volte mi dispiace sapere che nessuno mi amerà mai. Perché se anche poi trovassi qualcuno che apprezzi come sono fatta fisicamente (come dico sempre tutto può essere, ci sono anche i feticisti...), comunque io sarei bloccata nell'esprimere/mostrare chi sono interiormente, a causa dei miei complessi sull'estetica, e quindi a quel punto, paradossalmente, magari potrei piacere esteticamente a qualcuno ma non per il mio carattere, perché non arriverebbe mai a conoscere il mio carattere, e penserebbe che io sia una tipa anonima. E voglio dire se non posso giocarmi la carta della personalità proprio non ho niente a cui aggrapparmi. Sono solo triste, ho solo voglia di piangere e di sfogarmi. Non posso permettermi di tornare indietro, alle vecchie paure e ai vecchi blocchi; c'è stato un periodo, alcuni anni fa, in cui non riuscivo nemmeno ad uscire di casa per paura della gente, degli sguardi, dei commenti. E lo so che suona paranoico, ma purtroppo mi succedeva continuamente, all'università, di essere guardata male, o di sentire i commenti cattivi di ragazze che volevano farsi sentire. Ho lasciato l'università. Non solo per quello, certo, ma anche per come mi sentivo sperduta e vulnerabile in quella folla, con queste ragazzette sempre perfette che mi squadravano e mi giudicavano, o i ragazzini stronzi. Insomma mi ci è voluto tanto tempo e tanto dolore (anche di altra natura e origine), per ritrovare la forza di andare "là fuori". Ma io così non ce la faccio. Non voglio subire questi attacchi gratuiti e, posso dirlo, crudeli. Non mi piace poi essere costretta a farmi uno scanner del corpo, a smembrarmi in pezzi e a dire "questo sì, questo no", "questo va bene, questo non va bene", come sul bancone del macellaio, a tenere il filetto e buttar via le frattaglie. Siamo persone, non siamo opere d'arte, o perlomeno non opere d'arte con ambizione di perfezione, siamo opere d'arte che contemplano l'imperfezione, il difetto, l'irrazionale. Non sono una statua greca o un dipinto del rinascimento, sono un quadro cubista, una donna di Picasso, un urlo di Munch. Una tela imbrattata di Pollock. Il tempo e la critica hanno stabilito che anche quella era arte. Ma io non voglio essere analizzata e giudicata allo stesso modo, con impietosi criteri; il mio naso è giusto, anche se non è bello. Io sono giusta, io vado bene, anche se non sono bella. Ma sul nostro mondo pesa l'eredita del "bello e giusto", e mi sembra sia impossibile schiodarcela di dosso. Se allora fossi storpia, o gobba, o gravata da una malattia? Non è per "risollevarci guardando a chi sta peggio", è per dire che la vita a volte ci fa a pezzi, anche letteralmente, ma questo non può renderci meno degni di vivere. Vorrei avere indietro un po' di dignità, un po' di rispetto, e poi, volendo esagerare, anche un po' di amore.


Grazie, Silvia del passato, di riconsegnarmi a distanza di qualche anno questo tuo sfogo, questo messaggio in bottiglia a cui nessuno ha mai risposto, o almeno, non come avresti voluto tu. Avresti voluto che qualcuno ti dicesse che avevi ragione, che meritavi di essere amata, così come eri, così come sei.


Il diario di Bridget Jones


Avresti voluto che qualcuno si accorgesse di te e finalmente spezzasse l'incantesimo per colpa del quale ogni volta che ti guardavi allo specchio vedevi un mostro. Quel sortilegio che, alla fine, altre persone avevano fatto ai tuoi danni, dicendoti che eri brutta, soffocandoti di insulti, risate sguaiate, sguardi famelici. Chi erano, poi? Ragazzini delle medie. Gente sotto il metro e cinquanta che ancora non sapeva come stare al mondo, e intanto cercava di renderlo altrettanto difficile agli altri. Così come hai creduto a quelle parole che ti sminuivano e sbeffeggiavano, avresti creduto a chi ti avrebbe detto il contrario, ai complimenti e alle lusinghe? Eri vittima dell'influsso degli altri, sarebbe bastato, di nuovo, l' influsso degli altri, positivo stavolta, per sentirti migliore, all'altezza, abbastanza bella? Certo, di sicuro avrebbe aiutato, ma non sarebbe bastato.


 
 
Prima o poi, sentendoti ripetere cose belle, magari ci avresti creduto, come avevi creduto alle cose negative, ma al prezzo di dipendere sempre dagli altri e da quello che loro pensano di te. Quando le voci degli altri si sovrappongono alla nostra voce interiore, la soffocano, e così cerchiamo smaniosamente gli altri per respirare, per esistere, per essere.
 
 
I film romantici ci hanno fregato. Le commedie romantiche, i drammi sentimentali, i cartoni animati...Siamo state fregate. E forse anche fregati, intendiamoci, ché l'amore di coppia come panacea di tutti i mali è stato equamente esaltato, innalzato a totem universale, venduto con abili strategie di marketing. (Basta guardarsi attorno, in questi giorni in particolare, per accorgersene). Aspettiamo qualcuno che ci salvi da noi stessi, che ci curi le ferite con l'alcol che non brucia, che rimetta insieme la nostra vita, quel puzzle da cinquemila pezzi che è troppo noioso e difficile per noi soli. Ed è vero, è noioso, complicato, a volte doloroso stare in piedi da soli, essere felici da soli, ma riuscirci ha diversi benefici. Innanzi tutto ci rende liberi. Liberi dallo sguardo dell'altro, nel quale ci specchiamo ossessivamente, rischiando di perderci e di morire quando lui chiude gli occhi o guarda da un'altra parte. Liberi dal giudizio degli altri, che un giorno ci elogiano e un giorno ci distruggono, che possono convincerci di ogni cosa e del suo contrario, se diamo loro troppo potere.
Da liberi si vive più leggeri, e al tempo stesso si diventa più profondi, perché si cercano le proprie verità e priorità, i propri significati, invece di delegare tutte le opinioni, le decisioni, il senso della vita a un'altra persona. Inoltre, un effetto collaterale sorprendente del volersi bene e dell'essere felici da soli è che improvvisamente essere felici con gli altri e incontrare persone che ti vogliono bene come sei diventa molto più facile! È più facile trovare qualcuno disposto a finire il puzzle da cinquemila pezzi con te, se tu hai già iniziato e sei anche abbastanza contento e predisposto a farlo da solo. Altrimenti rischi di finire in mano a un maniaco pazzo dei puzzle narcisista che vuole controllare tutto, e allora si prende a carico anche la tua vita e, ahimè, la tua anima, riducendoti in breve ad essere l'ombra di te stessa, anzi, la sua ombra. Oppure trovi qualcun altro che, proprio come te, è fermo davanti a suoi pezzi del puzzle sparsi ovunque, demotivato e rinunciatario, e finirete a bere birra e a guardare i Simpson, mentre le tessere del puzzle scivoleranno sotto al divano e non verranno mai più ritrovate. Ci sono vari scenari possibili, ma di sicuro si rischia troppo ad aspettare che un essere mitologico e perfetto vestito d'azzurro venga a salvarci. E a fare il nostro puzzle. (La smollerò entro la fine 'sta metafora del puzzle, che era già piuttosto abusata in partenza oltretutto?).


Sì, ok, qualcosa del genere...



Sono passati alcuni anni, eppure mi sembrano anni luce; oggi non scriverei più quelle parole così dure e disperate su di me e sul mio destino solitario, anche se ogni tanto ci scherzo ancora su, sul fatto che finirò come la gattara dei Simpson, e ogni tanto mi fa paura davvero il pensiero. Soprattutto, non credo che oggi mi farei rovinare la vita da un maleducato qualunque, le cui parole rivelano più della sua inciviltà che della mia bellezza. O almeno, spero che non mi farei rovinare la vita da una cosa così ignobile e priva di significato. Ma forse ci resterei male comunque, sono umana, dopotutto. E il self-love è un lavoro a tempo pieno, un terreno da coltivare ogni giorno; ma perlomeno posso respirare un po' e affermare che quel sortilegio, quella magia nera, quella voce che mi sussurrava all'orecchio che non ero abbastanza e che non meritavo di essere amata non ha più lo stesso effetto su di me. Non l'ho sconfitta e zittita del tutto, ma sono diventata più forte, e la combatto con armi migliori.







Cercate di volervi bene...♥
Buon San Valentino!



Silvia