venerdì 25 novembre 2016

Gilmore Girls - Una mamma per amica (Spoiler!☺)



Il giorno è arrivato.





Quando Amy Sherman Palladino ha proposto la serie alla WB, tanti anni fa,  l'ha presentata più o meno così: "Uno show su una madre e una figlia che sono più come due amiche".

In effetti guardando la serie è subito evidente che il rapporto tra Lorelai, trentadue anni, e Rory, sedici, non è un convenzionale rapporto madre-figlia: le due ragazze Gilmore sono molto più come due amiche, come due sorelle. Scherzano con grande libertà, si confidano apertamente, parlano di tutto, hanno un rapporto di complicità nonostante i caratteri diversi e solo in rare occasione Lorelai riassume il ruolo "di superiorità" della madre, preferendo essere alla pari con la figlia e, anzi, invertendo spesso i ruoli. Capita infatti che sia Lorelai quella più capricciosa, lunatica, e bisognosa dell'assennatezza della figlia, alla quale comunque trasmette sempre insegnamenti di vita infusi di senso pratico e ironia, oltre alla determinazione, all'intraprendenza e all'ottimismo che fanno parte del suo carattere (soprattutto nelle prime stagioni, dopo questi tratti di Lorelai verranno un po' dimenticati per far posto a una Lorelai in perenne crisi per Luke e troppo disposta a farsi da parte).
Nonostante le differenze, le due sono anche, ovviamente, molto simili, perché sono cresciute insieme e le vediamo diventare adulte insieme, con Lorelai che influenza tantissimo la figlia nello stile di vita e nel modo di rapportarsi agli altri (almeno fino a un distacco mai totalmente ricucito, dato che Rory cambierà molto nel corso della serie, e in negativo, per quanto mi riguarda).




Lorelai e Rory, con i loro dialoghi folli per il resto del mondo ma in realtà assolutamente sensati, i loro botta e risposta divertentissimi, le loro riflessioni ispirate e ironiche, mi hanno sempre ricordato me e mia sorella. Anche noi avevamo un rapporto così forte, così speciale, ci capivamo telepaticamente, eravamo in sintonia, eravamo diverse per tante cose, ma simili perché eravamo cresciute insieme, con le stesse idiosincrasie, gli stessi pregi e difetti, la stessa eredità familiare (e non sto parlando di big money, unfortunately). Mentre mia madre è 40% Emily Gilmore, 60% signora Kim, il vero rapporto ideale, di amicizia e complicità, come quello di Lorelai e Rory, io l'avevo con mia sorella.


La prima notte di Rory a Yale, Lorelai resta a dormire con lei perché Rory non riesce ad affrontare il distacco. Naturalmente Lorelai scoverà i posti migliori nelle vicinanze per un caffè e una pizza, organizzerà una festa con gli altri ragazzi/e dello studentato, e loro due si addormenteranno ridendo e rispondendo al misterioso ululato di chissà quali ragazzi del campus.



Sapendo che oggi sarebbero uscite le nuove puntate su Netflix (il revival, la miniserie, le quattro puntate da 90 minuti, una per ogni stagione dell'anno: Gilmore Girls - A year in the life ), e volendo parlarne in qualche modo sul blog, ho trovato questa interessante intervista dell'Observer a Brenda Maben, costumista di Una mamma per amica fin dall'inizio. Ecco un estratto di quello che dice: "Every detail of a character's costume reflects a deliberation (o deliberate?) process and a conscious choice to get an element of their personality across. Nothing is simple. (...) You can't judge a book by its cover, but you can tell a whole story in an outfit".

Ovvero: "Ogni dettaglio del vestito di un personaggio riflette un processo voluto e una scelta consapevole di esprimere un elemento della sua personalità. Niente è scontato. (...) Non puoi giudicare un libro dalla copertina, ma puoi raccontare un'intera storia attraverso un vestito".


Così mi sono trovata a pensare a quanto influiscono i vestiti sulla vita delle persone e, viceversa, quanto influiscono le vite delle persone sui vestiti che scelgono di indossare.
C'è corrispondenza tra un carattere, una personalità, una fase della vita, e il modo in cui ci vestiamo?
Penso di sì, anche nella vita reale: essere timida mi ha portato tante volte a rifugiarmi nella divisa "sicura", senza rischi, costituita da jeans e maglione d'inverno e jeans e maglietta d'estate, lasciando nell'armadio capi ben più interessanti che avrei voluto indossare, ma che probabilmente non mi avrebbero aiutato a passare inosservata. Quando sono depressa faccio fatica a uscire dal pigiama, e se anche riesco a vestirmi lo faccio sempre ricorrendo ad abiti comodi e un po' anonimi, com'è anonima la mia anima in quel momento. Crescendo e imparando a sentirmi un po' più a mio agio con il mio corpo ho ripreso a indossare gonne, vestiti, collant, che per gran parte dell'adolescenza ho guardato con timore, sentendomi, ogni rara volta che li mettevo, a disagio, troppo "scoperta", nonostante i cento denari. Ed è anche vero il contrario, ovvero che possiamo usare i vestiti per influire sulla nostra vita, o perlomeno sulla nostra giornata, e cambiare il nostro atteggiamento e il modo in cui ci sentiamo. Se, tornando all'esempio di prima, quando sono depressa, invece di restare in pigiama e vestaglia mi metto un vestito carino, un cardigan caldo, e la mia collana preferita col ciondolo a clessidra, la mia percezione di me stessa e del mondo attorno a me un po' cambia, e migliora. E non è solo una questione di immagine, di come mi vedono e percepiscono gli altri (che pure può avere un'influenza), sappiamo infatti che, ad esempio, quando indossiamo della biancheria intima carina, coordinata e curata, ci sentiamo molto più sicure di noi, e agiamo di conseguenza, anche se nessuno (forse!) vedrà mai quello che indossiamo.


Ops, scusa Rory.



Nella vita, però, capita anche, e spesso, che i vestiti che mettiamo siano frutto di casualità o contingenze ("Cos'ho lavato? Cos'ho stirato? Cosa mi posso permettere di comprare ai saldi, senza dover saltare i pasti per il mese successivo?"); nella finzione (film, serie tv...) si cerca invece quella coerenza e si aspira a quella perfezione che nella vita a volte fa difetto. Anche nella storia, nella trama, vogliamo che "si chiuda il cerchio", che tutto torni, cerchiamo una chiusura, una completezza e un senso che nella vita non sempre possiamo avere e pretendere. Da questo stesso desiderio di "chiusura" è nata questa nuova miniserie, con l'intento, almeno in teoria, di rispondere alle domande dei fan e ai loro dubbi, di concludere tutte le storyline lasciate "aperte" nel finale in sordina della settima stagione. Finale che, in realtà, a me non era dispiaciuto, ma di questo parleremo, forse, in un altro post.



Miss Celine, storica amica della famiglia Gilmore, costumista per il cinema negli anni d'oro di Hollywood, dice di aver lavorato con tantissime star, di cui ricorda vezzi, pregi e difetti (e che spesso rivede nei suoi attuali clienti)



Tornando al desiderio di coerenza, come nella trama, così anche nei vestiti: quando si tratta di film e serie tv c'è una figura apposta che si accerta che il carattere dei personaggi, i loro gusti, le loro insicurezze e i loro cambiamenti più profondi si traducano anche in scelte di stile corrispondenti. Stiamo parlando della costumista o costume designer, aiutata naturalmente da sarte e assistenti varie. A volte il suo lavoro è quasi impercettibile, o piuttosto monotono, quando si tratta di prodotti commerciali moderatamente patinati dove l'importante è vestirsi in maniera attuale senza caratterizzazioni eccessive. Avete presente tutte quelle serie un po' crime un po' investigative dove tutte le donne sono in blazer, camicetta, pencil skirt e tacchi alti? Oppure si dà meno spazio alla costumista quando ai personaggi è richiesto di indossare divise (crime e polizieschi) o camici (i medical). Ma in generale la costumista c'è e si fa notare, perché ci ricordiamo dei personaggi anche attraverso i loro vestiti (senza necessariamente essere Marge Simpson...o Luke Danes : )).




Anche i personaggi dall'armadio più variegato, infatti, hanno comunque delle preferenze e fanno scelte ricorrenti, che arrivano appunto a tracciare e definire il loro stile.
Per quanto riguarda Lorelai e Rory, sulle quali mi soffermerò, il loro stile è da sempre bon ton, elegante, semplice; tagli classici, niente trend, vestiti che risultano quindi relativamente attuali anche oggi, non stonano eccessivamente diciamo, come succede invece ad outfit più alla moda come ad esempio in Sex and the city. Safe, carini, femminili. Vestitini, gonnelline, maglioncini, cardigan e coprispalle, camiciette e blouse, wrap dress (Lorelai ne indossa tantissimi), ogni tanto pantaloni eleganti formali dal taglio svasato. Cappottini eleganti, giacche dal taglio dritto o stondate e corte (molto 2005) e giacche di pelle, canottiere sotto le camicie, lupetti e dolcevita, stivali di pelle, sciarpe, cappelli, guanti (siamo pur sempre nel freddo Connecticut), soprattutto outfit autunnali-invernali. L'autunno è infatti la stagione con cui possiamo identificare la serie (da qui anche la scelta di chiuderla in autunno), e guardando le puntate la voglia di prendere un aereo e andare a godersi il foliage color cognac in Connecticut, con una tazza di caffè caldo in mano, sarà davvero tanta (se non fosse che a me non piace il caffè, ma avete capito l'idea). Lo stile di Rory diventa più curato e più preppy, ovvero fighetto, quando va a Yale: gonne più corte, collant, maglioncini stile college. A casa sono tutt'e due casual: magliette sovrapposte, felpe con cappuccio, magliette di cotone con manica raglan, pantaloni della tuta. Magliette di rock band o con scritte, soprattutto per Lorelai. Jeans bootcut.


Casual, comfy


 
 
 
 
Maglioncini






Cappottini e giacche






Vestitini carini, camiciette, blouse... (Outfit eleganti e formali)


 

 



Il loro stile non è cambiato molto nel corso degli anni, ma Rory col tempo ha acquisito maggior sicurezza e più cura nel vestire (al bando maglioni sformati, mise troppo casual e la divisa della scuola) e ogni tanto si è concessa anche gonne corte e qualche scollatura, pur restando sempre piuttosto bon ton e morigerata. Lorelai ha forse abbandonato un po' di magliette di cotone con scritte e disegni, gli shorts di jeans e le derive cowgirl che ogni tanto nelle prime stagioni si concedeva (ricordo anche un cappello, degli stivali texani e dei cinturoni, tracce rare comunque). Lorelai, in linea col suo carattere più deciso, sfacciato, intraprendente, è forse ricordata per qualche scelta audace in più o qualche faux pas involontario...


Il primo giorno alla Chilton di Rory, Lorelai si è dimenticata di ritirare il tailleur in tintoria e accompagna la figlia a scuola vestita così. (Un lungo cappotto scuro non servirà a rimediare, poiché Emily, presente all'incontro col preside, le intimerà di toglierselo, rimanendo poi sconvolta).








Mentre Rory si è lasciata andare a qualche deriva "nonnetta", considerata la sua giovane età...



In questo periodo lavorava con le Figlie della Rivoluzione, il picco della sua "fase nonnetta".
 
 
 
 

Questo invece è l'outfit che Emily sceglie per lei quando deve presentarsi in tribunale (l'udienza in cui è accusata di aver rubato lo yacht). Emily la istruisce attentamente su quanto l'apparenza sia importante per scagionarla dalla sua colpevolezza e farla sembrare innocente. Dress to impress. 



Ma in generale outfit eleganti, classici, bon ton e femminili hanno sempre prevalso per entrambe, nonostante i look più adolescenziali dell'inizio o i look casalinghi (vd. collage 1) , poiché quando si trattava di andare a cena dai nonni tiravano fuori entrambe vestitini e cardiganini a modo (vd. collage 4 e 5, le foto sul famoso divano della casa dei nonni). La stessa Lorelai, sebbene venga più volte ripresa da sua madre per come si veste, al lavoro all'Indipendence Inn era sempre sobria ed impeccabile (camicie e gonne a tubo, collage 4 e 5). Al Dragonfly, di cui è proprietaria, la vediamo più a suo agio, più rilassata, i completi sono meno compassati e c'è spazio per vestitini colorati e stampati (vedi sempre collage 4 e 5). Quello che ho sempre notato è come lo stile di una influenzasse l'altra: quando erano in casa o in giro per Stars Hollow spesso Lorelai vestiva con jeans e maglietta come Rory, quando invece l'occasione richiedeva maggior eleganza Rory rubava qualche camiciola o gonna di Lorelai, magari con meno trasparenze e meno scollature della madre, almeno i primi tempi. Non è raro infatti che le due si scambiassero i vestiti.









Questo outfit è un esempio perfetto di come un vestito possa raccontare una storia ed essere funzionale alla trama. È un vestito di Lorelai, che Rory prende in prestito per andare, da sola, a una cena del venerdì alla quale Lorelai ha deciso di non partecipare poiché è arrabbiata con Emily, colpevole di essersi intromessa nella relazione tra lei e Luke (complice Christopher...Ricordate?). Anche Rory è arrabbiata con Emily, e durante tutta la cena sarà acida e sarcastica, emulando un atteggiamento che appartiene molto più alla madre che a lei, proprio come quel vestito, più aderente, più scollato, più appariscente di quelli che metterebbe lei. Emily lo nota, le dice: "Parli come tua madre! E quel vestito? Non ti si addice. Questa non sei tu!". "È giorno di bucato", replicherà stizzita Rory, poco prima di mettere fine alla sua recita urlando alla nonna tutta la sua rabbia per come si è comportata e andandosene via.



Nelle nuove puntate appena uscite, la costumista Brenda Maben adempie perfettamente allo scopo del suo mestiere e abbina alle protagoniste outfit che ci dicono tanto di loro e di quello che stanno vivendo in quel momento.




Questa è una delle immagini del trailer che ha fatto più scalpore: Emily Gilmore in jeans e maglietta! Una cosa così out of character , fuori dal suo personaggio, non può che essere il segno di una crisi e di un cambiamento necessari, dato che Emily si trova ad affrontare la perdita del marito con cui ha condiviso cinquant'anni di vita e quindi, inevitabilmente, una ridefinizione della sua stessa identità. Il vestito elegante blu notte con strass che ha in mano, che mi pare di ricordare anche indossato in una qualche puntata, rappresenta il suo passato, fatto di party, cerimonie, formalità e codici che per tanto tempo hanno regolato la sua vita e la sua visione del mondo. Ora però lo guarda e si accorge che non le appartiene più, "non le dà gioia", come dice lei stessa seguendo uno dei dettami di Marie Kondo, e decide quindi di liberarsene. Certo, Emily è in jeans e maglietta, ma, come fa notare la costumista nell'intervista sull'Observer, non rinuncia comunque alla sua collana di perle. Cambierà molto, in questo anno della sua vita, ma senza tradire sé stessa.



 


Rory cerca incessantemente il suo vestito fortunato, disperso chissà dove tra i tanti scatoloni che ha lasciato in giro per il mondo. Come abbiamo visto, fa fatica anche a ritrovare la biancheria intima...(E a ricordarsi di lasciare un certo Paul...). Insomma è evidente che in questo revival abbiamo a che fare con una Rory sperduta, confusa, sradicata, priva di certezze.





Purtroppo, ritrovare il vestito rosso fortunato (era sempre stato nell'armadio di Lorelai!) non le servirà. La risoluzione della sua crisi sembra piuttosto lontana e sfocata...I vestiti hanno un certo potere, ma non sono onnipotenti. : )



Quando è costretta dalle circostanze a tornare a vivere a Stars Hollow, e Babette prevede che lei si unirà alla gang dei trentenni "risputati dal mondo reale e costretti a tornare a casa", Rory gira vestita con una specie di fuseaux fiorato, maglietta larga sopra, mocassini da camera che sembrano pantofoline (con tanto di musetto a forma di topo). Non ho trovato foto di quest'outfit pigiamoso con il quale si presenta alla riunione cittadina, ma è insomma assimilabile a ciò che metteremmo quando siamo depressi (di cui parlavo più su).





Quando invece cerca, se pur a fatica, di impegnarsi in un progetto e di far rinascere la Stars Hollow Gazette, si presenta nel polveroso e deserto ufficio in blazer e camicia, come a darsi un tono, per cercare di credere in quello che sta facendo, nonostante sembri decisamente con poche prospettive.




SPOILER!!!


La scena finale. Qui vediamo contrapposte Lorelai in abito elegante, blu scuro, damascato, con colletto bianco inamidato, giacchino corto con le maniche in pizzo, un fiore bianco applicato in vita, e Rory, di nuovo in pigiama. È vero che in questo caso si tratta proprio di ciò che indossava mentre dormiva, e che è stata svegliata all'improvviso da Lorelai per partecipare al matrimonio segreto, però l'aria casalinga e dimessa di questo "outfit" non è molto diversa da quello indossato effettivamente per uscire (riunione cittadina) e, contrapposto a quello di Lorelai, così put together, elegante ed agghindato, non può che sottolineare, secondo me, il punto diverso a cui sono giunte nella loro vita. Lorelai si è appena sposata, ha compiuto un passo importantissimo per lei, che aveva sempre avuto problemi e crisi di panico con gli impegni sentimentali a lungo termine. È cresciuta, è diventata più adulta, ha superato quella che era una sua paura e, con accanto la persona giusta, e il progetto di ingrandire la locanda dato ormai per certo, è davvero realizzata e felice. Rory, al contrario, è sperduta, ancora più di prima, spiazzata da una vita che non è come avrebbe voluto e che non sa bene come sistemare e tenere in piedi. È disillusa, confusa, in sospeso. Insomma ragazze, è in pigiama.



"Puoi raccontare un'intera storia attraverso un vestito", e non farlo sarebbe, forse, un'occasione persa.



Emily e Lorelai alla sfilata madre-figlia
 
 
 
 
 
Silvia

venerdì 18 novembre 2016

Animali Notturni



 
 
 Ma no, non i barbagianni!
 
 
 


Ecco, sì, il film. Film scritto e diretto da Tom Ford, adattato dal romanzo Tony e Susan, di Austin Wright. Connubio perfetto di rigore stilistico e trattazione cinematografica, di forma elegante e di contenuto coinvolgente e non scontato, il film riconferma il talento di Ford come regista e sceneggiatore in questa sua seconda carriera oltre la moda. Sono passati alcuni anni dal suo esordio con A single man (2009), film drammatico e intimista, e per la sua seconda regia ha scelto di realizzare un thriller psicologico segnato da ambiguità, inquietudine, angoscia. Animali notturni è un film intenso sulla vendetta, sul dolore e sull'elaborazione del dolore, sull'arte come catarsi, rifugio, sublimazione e rivincita. L'ho trovato disturbante e affascinante insieme, come uno dei personaggi malvagi protagonisti, interpretato dal bravissimo Aaron Taylor Johnson, un personaggio di febbrile follia, spietato, morboso, sadico e disgustoso eppure anche magnetico.


 
 
 
Susan (Amy Adams), gallerista d'arte che attraversa un periodo di insoddisfazione personale e professionale, riceve il manoscritto di un romanzo che il suo ex marito Edward (Jake Gyllenhaal) ha scritto e dedicato a lei.
 
 
 
 
Profeticamente, nell'aprire la busta che contiene il manoscritto Susan si taglia con la carta, e quella è la prima goccia di sangue che verrà versata. La lettura del romanzo la coinvolge da subito, così come noi siamo coinvolti dalla storia che vediamo svolgersi davanti ai nostri occhi mentre lei la sta leggendo, non solo per la qualità della scrittura ma anche perché vi ritrova delle corrispondenze con la sua vita e il suo passato con Edward. Sarà quindi fonte di ansia e turbamento per Susan vedere come la storia si trasforma sempre di più in un racconto spietato e violento, una violenza che è prima di tutto psicologica, e in un secondo momento fisica, alimentata da un costante senso di incertezza su quello che sta per accadere, che promette di essere ancora peggio di ciò che è appena accaduto.
 
 


Il film si suddivide così in tre piani narrativi: il presente, abitato principalmente da Susan e dai pochi personaggi inutili che la circondano, la sua vita svuotata di significato, un marito che la tradisce, un lavoro nel mondo dell'arte contemporanea che si rivela spesso vuota o inaccessibile. Colori freddi e intensi tra cui prevale il contrasto netto di bianchi e neri e in cui spicca il rosso.


 
 
 
 
 
 
Susan si muove silenziosa e sola nella sua galleria d'arte o tra le pareti della sua casa, algida e impeccabile come una dark lady, tradendo solo con lo sguardo e le espressioni del volto il suo tormentato vuoto interiore.

 
 
 C' è poi il passato in cui Edward e Susan sono stati uniti e, brevemente, felici, un passato su cui indagare e scavare fino a trovare i segni rivelatori che facciano luce nell'oscurità che abita il film.
 
 
 
E infine c'è la storia del romanzo, che vediamo prendere vita in un'atmosfera da incubo, nella notte dilatata del Texas prima, e poi negli stessi spazi infiniti illuminati però da una luce del giorno accecante e violenta. Qui si concentra la trama thriller del film, ma intuiamo presto, grazie allo stato d'animo di Susan e alle corrispondenze visive di molte scene, che ogni cosa che succede in questa dimensione romanzata si rispecchia in qualche modo nella dimensione reale del film, nella vita di Susan e Edward, e capire in che modo questo avvenga, e quale sarà l'epilogo, è la seconda trama thriller che ci tormenta e coinvolge per tutta la durata del film.


 
 
 
 
 
 
A sinistra, il detective disilluso "che non ha niente da perdere" interpretato da Micheal Shannon



Tom Ford gestisce con fluidità e rigore questi piani narrativi, queste sfaccettature di un unico racconto, così che il film, nonostante i flashback e le immersioni nel romanzo, risulta comunque "ordinato", facile da seguire, estremamente coinvolgente. La narrazione parallela e metaforica genera doppi, ipotesi, riflessioni che aggiungono un po' di complessità e profondità al film, smarcandolo dal semplice film di genere che intrattiene e produce tensione (obiettivi altresì raggiunti, non è un film per una seratina tranquilla da abbiocco sul divano).




Nonostante la sua natura cinica e brutale, è un film indubbiamente "bello" da vedere, dal punto di vista estetico, con inquadrature curate e simmetriche che ricordano quadri di Hopper o scene di Hitchcock e Kubrick, luce mutevole a seconda della dimensione narrativa in cui ci troviamo, il guardaroba da saccheggio di Amy Adams. Ci sono poi le atmosfere di tensione e suspense crescente sempre hitcockiane, oltre ad atmosfere notturne e dilatate eco dello stile di Lynch, così come la colonna sonora sempre protagonista ma mai invadente, che prenderà il sopravvento sul resto quando sarà ridotta al battito cardiaco che, lentamente, con un'eco dolby surround, cesserà di battere.


 
 
 
 
 
Silvia

 
 

venerdì 11 novembre 2016

Pastorale Americana







Tre generazioni. Tutte avevano fatto dei passi avanti. Quella che aveva lavorato, quella che aveva risparmiato. Quella che aveva sfondato. Tre generazioni innamorate dell'America. Tre generazioni che volevano integrarsi con la gente che vi avevano trovato. E ora, con la quarta, tutto era finito in niente. La completa vandalizzazione del loro mondo.
 
Pastorale Americana, Philip Roth 



I Levov fabbricano guanti. Lou Levov ha fatto fortuna in America con la sua azienda di guanti, ha insegnato il mestiere al più docile dei suoi due figli, e così Seymour Levov, a sua volta, si è arricchito producendo guanti. E a partire dal benessere economico ha poi immaginato e costruito una vita perfetta, agiata, basata sul nobile senso del dovere e della responsabilità, forgiata da un innato ottimismo e un'innata fiducia, la vita a cui ogni immigrato, come suo nonno, aveva aspirato. Il sogno americano di Seymour Levov "lo Svedese", però, è destinato a saltare in aria, l'idillio immaginato e, forse, brevemente vissuto, dovrà infrangersi nonostante tutte le buone intenzioni del protagonista, lasciandoci così inermi e assediati dalle domande proprio come lui.


Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l'occasione di chiedersi: "Perché le cose sono come sono?" Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano state sempre perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.





Di recente è uscito al cinema Pastorale Americana, diretto da Ewan McGregor, tratto dal romanzo del 1997 di Philip Roth. Martedì otto novembre sono andata al cinema per vedermelo in originale e confrontarlo in qualche modo con il romanzo, recuperato in modalità fulminea, complice una promozione di ibs (per avere un confronto esaustivo tra libro e film guardate questo video di Ilenia Zodiaco, che mi è servito, come sempre, per avere una maggiore comprensione di tutto). Il film procede scorrevole e ricalca il libro senza eccessivi sconvolgimenti (cosa che io ho apprezzato), preferendo però una narrazione più lineare rispetto ai continui flashback e alle digressioni a "matrioska" del racconto di Roth e scegliendo una resa patinata che, per quanto esteticamente gradevole, riduce certe asprezze e durezze dello stile dello scrittore. È un po' come se il cinema, perlomeno hollywoodiano, tendesse sempre a rendere glamour anche il dolore, la disperazione, la violenza e la decadenza, scontrandosi in questo caso con uno scrittore che, per come l'ho conosciuto io, indugia molto di più nel disfacimento delle apparenze e nello svelamento sarcastico, beffardo, feroce addirittura, della realtà.


La brutalità della distruzione di quest'uomo indistruttibile.
(...)
"Volevi Miss America? Beh, l'hai avuta, altroché: è tua figlia! Volevi essere un vero campione americano, un vero marine americano, un vero magnate americano con una bella pupattola cristiana appesa al braccio? Volevi appartenere come tutti gli altri agli Stati Uniti d'America? Beh, ora gli appartieni, ragazzone, grazie a tua figlia. Ce l'hai nel culo, adesso, la realtà di questo paese. Con l'aiuto di tua figlia sei nella merda fin dove è possibile sprofondarci, vera merda, fantastica merda americana. L'America pazza furiosa!"


Martedì notte, una volta tornata a casa dopo il film, mi sono sistemata sul divano con cuscini e piumone, e, imbracciata la ciotola di pop corn, ho acceso su la7 per seguire la Maratona Mentana delle elezioni americane. Momento confessione: questi eventi mi attirano più per l'emozione della diretta che per la loro natura politica, tanto che il mio entusiasmo e la mia routine divano-piumone-popcorn erano gli stessi degli Oscar o degli Emmy. Questo potrà suonare blasfemo, ma del resto, soprattutto negli Stati Uniti, non è così distante il legame che c'è tra politica e spettacolo, anzi direi che sono quasi la stessa cosa, specialmente in campagna elettorale, e il risultato credo lo confermi. Ad ogni modo quando ho iniziato a seguire la maratona ero ancora giovane e pura, e mi illudevo che un personaggio come Trump non potesse che essere un aneddoto bizzarro da raccontare ai nipoti. "Sai, piccolo mio, quando la nonna era ancora giovane, cercò invano di diventare presidente degli Stati Uniti un oscuro figuro dalla fulva chioma, una mitologica creatura che lanciava offese contro le donne, gli stranieri, i musulmani, sbeffeggiava persone invalide o malate e auspicava, tra le altre cose, il riscaldamento globale per sopperire al freddo clima newyorchese e prometteva, tra le altre cose, più armi per tutti e un lasciapassare alla violenza nelle sue varie forme, verbale, fisica, psicologica". Non che quella sera io sventolassi bandierine a stelle e strisce per Hillary Rodham (forse sarebbe stata una scelta tattica migliore tenersi il proprio cognome), ma tra i due personaggi era  preferibile evitare il male peggiore. Verso le due e qualcosa di notte abbandono nolente Mentana con i sondaggi che danno Hillary vincente all'85%, così il sonno cala sereno sulle mie palpebre. Un brusco risveglio mi attende la mattina dopo, e non è la musica di Fedez lanciata nell'iperspazio dal mio vicino di casa quindicenne, né il sole che mi acceca perché mi sono dimenticata di chiudere le imposte, bensì la televisione, che stranamente trasmette immagini dell' essere mitologico su tutti i canali. Ed è allora che ho capito: questa è la nostra pastorale americana, come la intende Roth, con la sua beffarda ironia, ovvero una storia che di "pastorale", di idilliaco, ameno, sereno e suggestivo non ha nulla. La distruzione del sogno americano.

Ma in questo blog non si parla di politica, tendenzialmente si parla di moda (usandola spesso come spunto per parlare anche di altro, con una certa libertà). E allora torniamo allo spunto "di moda" da cui tutto è partito: i Levov fabbricano guanti.

Ecco Lou Levov, l'anziano capofamiglia, testardo ma di buon cuore, che rievoca i tempi in cui era normale per una donna comune possedere una ventina di guanti, compresi quelli oltre il gomito, e di come quei "tempi d'oro" siano finiti.

Ma, vede, a quei tempi non era niente, per una donna qualunque, possedere venti, venticinque paia di guanti. Comunissimo. Le donne avevano un ricchissimo assortimento di guanti, guanti diversi per ogni vestito: colori diversi, stili diversi, lunghezze diverse. Una donna non usciva senza guanti, con qualunque tempo. Allora non era insolito che una donna passasse due o tre ore davanti al banco dei guanti e se ne provassse trenta paia, e la commessa aveva un lavandino dove si lavava le mani tra un colore e l'altro. (...) Ma tutto questo orgoglio per il lavoro ben fatto è scomparso, naturalmente. Fra gli uomini che sapevano tagliare un guanto bianco a sedici bottoni, credo che Al Haberman sia stato forse l'ultimo, in America, capace di farlo. Il guanto lungo, naturalmente, è sparito. Un'altra cosa che non tornerà più. C'era il guanto a otto bottoni foderato di seta che diventò popolarissimo, ma verso il '65 era scomparso pure quello. Prendevamo già allora i guanti più lunghi, ne tagliavamo un pezzo per accorciarli, e usavamo quel pezzo per fare un altro guanto. Da qui, dove c'è la cucitura del pollice, mettevano un bottone ogni due centimetri e mezzo, per cui si parla ancora, in termini di lunghezza, di bottoni. Grazie a Dio, nel 1960 Jackie Kennedy comparve alla televisione con un guanto lungo fino al polso, e con un guanto lungo fino al gomito, e con un guanto sopra il gomito, e con un cappellino che sembrava un portapillole, e tutt'a un tratto i guanti tornarono di moda. La First Lady dell'industria guantaria. Portava un sei e mezzo. Chi lavorava nell'industria guantaria doveva ringraziare quella signora. Personalmente, lei si riforniva a Parigi, ma che importa? Quella donna rimise in auge i guanti di pelle per signora. Ma quando assassinarono Kennedy e Jaqueline Kennedy lasciò la Casa Bianca, questo e la minigonna segnarono la fine della moda del guanto per signora. L'assassinio di John F. Kennedy e l'avvento della minigonna, queste due cose insieme furono la campana a morto per il guanto da donna. Fino ad allora era stato un lavoro che durava dodici mesi, tutto l'anno. C'era stato un momento in cui una donna non sarebbe mai uscita senza guanti, anche in primavera e in estate. Oggi il guanto è per la stagione fredda, o per guidare, o per gli sport...

Jackie Kennedy con guanti di varie lunghezze



Leggendo il romanzo mi sono immaginata Lou Levov come una specie di Abe Simpson (il nonno dei Simpson) più agguerrito, con un' opinione molto decisa su qualunque cosa. Chissà cos'avrebbe pensato Lou Levov dei guanti proposti oggi nelle sfilate...




Guanti corti (al polso)



 Tutte le immagini sono tratte dalle collezioni fall 2016.
Versace, L72, Antonio Marras, Antonio Marras,
Gareth Pugh, Antonio Marras, Rochas, Jil Sander,
Gucci (look che ho soprannominato "Big Babol pelosa"), Marc Jacobs, Marc Jacobs, Laura Biagiotti,
Moschino, Attico, Gareth Pugh, Laura Biagiotti
 
 

 
 
 
Antonio Marras, Delpozo, Gareth Pugh, Rochas,
Antonio Marras, L72, Marc Jacobs, Hermes,
Antonio Marras, Laura Biagiotti, Marc Jacobs, Thom Browne,
Gareth Pugh, Yohji Yamamoto, Laura Biagiotti, Max Mara







Guanti media lunghezza



Laura Biagiotti, Max Mara, Antonio Marras, Max Mara,
Greta Boldini, Marc Jacobs, Antonio Marras, Leitmotiv,
Laura Biagiotti, Max Mara, Max Mara, Max Mara,
Max Mara, Marc Jacobs, Max Mara, Antonio Marras
 
 
 
 
 
 
Guanti lunghi (al gomito) e lunghissimi (oltre il gomito)



Chanel, Gareth Pugh, Giuseppe di Morabito, Chanel, Christian Wijnants, Fashion East,
Moschino, Delpozo, Rick Owens, Marc Jacobs, Giuseppe di Morabito, Chanel,
Fashion East, Louis Vuitton, Louis Vuitton, Hermes, Moschino, Gareth Pugh,
Laura Biagiotti, Laura Biagiotti, Hermes, Moschino, Marc Jacobs (ops, mutilazione imprevista), CG.Chris Gelinas
 
 
 
 
 
 
Guanti mezze dita o senza dita



Giuseppe di Morabito, Chanel, Nicholas K, Giuseppe di Morabito,
Chanel, Nicholas K, Giuseppe di Morabito, Pierantonio Gaspari,
Chanel, Giuseppe di Morabito, Chanel, Giuseppe di Morabito,
Giuseppe di Morabito, Maison Margiela, Pierantonio Gaspari, Maison Margiela
 
 
 
 
 
 

Guanti di maglia



Maison Margiela, Prada, Prada, Oscar de la Renta,
Versace, Prada, Maison Margiela, Oscar de la Renta,
Prada, Prada, Prada, Prada,
Joseph, Prada, Prada, Prada
 
 
 
 
 
 
Guanti di tulle o pizzo



Foto piccole: Gucci, Gucci, Gucci, Gucci, Marc Jacobs, Marc Jacobs, Gucci, Marc Jacobs, Marc Jacobs (vi gira la testa, vero?), Moschino, Fashion East, Dries Van Noten. Foto grandi: Marc Jacobs, Dries Van Noten.
 
 
 
 
 
 
 Non proprio guanti...


Vivienne Westwood Red Label, Vivienne Westwood Red Label, Gucci,
Gucci, Gucci, Gucci 




Sapete chi era figlio di un guantaio, anche, a parte Walter Scott e i miei due figli? William Shakespeare. Suo padre era un guantaio che non sapeva né leggere né scrivere il proprio nome. Sapete cosa dice Romeo a Giulietta quando lei è sul balcone? (...). Romeo dice: "Vedete come appoggia la gota alla mano? Vorrei essere solo il guanto che copre quella mano, così potrei toccare quella gota".



Attico 






Silvia

venerdì 4 novembre 2016

Lucca Comics & Sorelle Diabolike



Il 1 novembre 2016 sono andata al Lucca Comics, celeberrima manifestazione dedicata al mondo dei fumetti, dei videogames, del cinema, delle serie tv, in generale ai "mondi di fantasia", arrivata quest'anno alla sua 50esima edizione (!). Era la mia prima volta a Lucca, ed è stato esattamente come lo immaginavo: superate le mura della città sono stata catapultata in un universo parallelo in cui era normale incontrare una famiglia (bambino, bambina, madre, padre panciuto) in tutine aderenti blu e rosse da supereroi; un padre vestito da Dart Fener (o Darth Vader, come ve pare) con i figli di circa sei anni vestiti rispettivamente da Luke Skywalker e da principessa Leila; un altro Dart Fener con tanto di maschera e effetti sonori che quando parlava sprigionava un fortissimo accento toscano; qualche scheletro uscito dall'armadio per Halloween, qualche Mercoledì (come me!), frotte di Joker e di Harley Quinn. Il clima era straniante, divertente, frizzante come l'aria di un finto autunno che ancora sa di stagione calda. Nessuno guardava male l'altro per come era vestito, al massimo lo guardava con ammirazione e gli chiedeva pure una foto insieme, se il suo travestimento aveva raggiunto livelli encomiabili di fedeltà o originalità.






Devo fare coming out: non sono un'appassionata di fumetti, ancora meno di videogiochi, che sono i due macro temi del Lucca Comics. Certo, ho letto fumetti da piccola e da ragazzina e li ho apprezzati: Topolino, Minnie&Company (non lo leggevo solo io, vero?), Witch, Diabolik. Ma a parte questi pochi titoli non ne so molto, e lo stesso vale per i film sui supereroi tratti dai fumetti: ho visto la serie di film di Batman e di Spider-Man (quest' ultimo è forse il supereroe che più mi ha coinvolto, credo anche perché era interpretato da Tobey Maguire...La tredicenne ormonosa che è in me non muore mai). Nonostante questo, riconosco ai fumetti tutto il valore che riconosco all'arte e alla letteratura, poiché li reputo una sintesi di arte visiva (disegno) e letteraria (testi e dialoghi) non intrinsecamente inferiore ad altre forme espressive. Se come media non mi hanno mai attirato tanto è solo per un mio gusto, una mia preferenza naturale ed istintiva per altre cose. Quello che mi ha attirato a Lucca, dunque, è stato proprio il riconoscere che i fumetti sono solo un'altra forma espressiva artistica e letteraria, e in quanto tale potenzialmente di mio interesse, non così distanti, insomma, da altre cose che mi piacciono o adoro, come la scrittura. Perché di base si riconduce tutto alla scrittura, alle storie, a un mondo di fantasia in cui fuggire e rifugiarsi dalla realtà. A Lucca la fantasia prende vita e diventa la realtà in modo ancora più sfacciato e colorato di quanto sia possibile solitamente, e trovo tutto questo un po' buffo e molto affascinante, tanto che l'atmosfera festosa e rilassata mi ha fatto dimenticare dei diciotto euro spesi per entrare, delle lunghe code prima di ogni evento che neanche alle Poste e del biglietto supplementare (gratuito comunque) da prendere prima della maggior parte degli incontri (wtf? Ho già il mio biglietto, e pure il braccialettino di carta che ho incollato troppo stretto e mi procurerà crisi di claustrofobia per tutto il dì. Fammi mettere in fila che se no rischio di restare fuori!). Mi ha attirato a Lucca l'idea di andare in un luogo dove ogni giudizio fosse sospeso, dove ci fosse libertà e gioia di esprimersi e divertirsi con le storie, i personaggi, le parole, i disegni, i colori, le tinture per capelli, le maschere e le armature. Senza maschere, senza armature.




Luciana e Angela Giussani
 


Il 1 novembre 1962 esce il primo numero di Diabolik, il primo fumetto "nero" italiano, il primo fumetto indirizzato non esclusivamente ai ragazzi, e il primo fumetto italiano in edizione tascabile. Autrici di tutti questi primati sono le sorelle Giussani, Angela e Luciana, giovani donne milanesi dal carattere intraprendente. Angela, la maggiore, aveva da pochi anni fondato la casa editrice "Astorina" quando crea Diabolik, ispirandosi al personaggio di Fantomas, ladro protagonista di numerosi romanzi a puntate francesi molto popolari tra gli anni '10 e gli anni '30, e al personaggio di Lupin, ladro astuto ma gentiluomo. Poco dopo, Angela coinvolge la sorella minore, Luciana, nel lavoro alla casa editrice, che si occuperà esclusivamente del progetto "Diabolik".


 
 
Angela e Luciana Giussani sono nate rispettivamente nel '22 e nel '28, in una famiglia della medio borghesia milanese. Angela sembra caratterialmente più forte, diretta, intransigente, Luciana invece appare più timida, più insicura, un po' all'ombra della sorella maggiore. Entrambe sono però due donne indipendenti e moderne per la loro epoca, che rifiutano il ruolo di casalinga/madre/moglie e decidono da subito di lavorare: Angela, dopo aver preso persino il brevetto di volo, in un'epoca in cui anche solo guidare l'auto per una donna non era così scontato, inizia come fotomodella e poi collabora nella casa editrice del marito, l'Astoria; Luciana lavora invece come impiegata in un'azienda di elettrodomestici. Chiunque le conosca le descrive come inseparabili, due grandi amiche, due sorelle che vivono quasi in simbiosi, viaggiano insieme, e lavoreranno poi insieme instancabilmente, sette giorni a settimana, nello stesso ufficio a scrivere a macchina le storie, i soggetti e le sceneggiature di Diabolik.



 
 
Diabolik è un personaggio controverso e innovativo, il primo anti-eroe del fumetto italiano: un ladro astuto e un assassino efferato che però conserva un suo codice d'onore, che gli impedisce di fare del male ai deboli, alle donne, ai bambini. Ed è inoltre innamorato di una donna, Eva Kant, suo alter ego femminile, preziosissima compagna nel crimine, alla quale sarà sempre fedele (molti numeri, o albi, del fumetto si chiudono proprio con un bacio appassionato tra i due). Le due autrici si firmeranno in copertina solo con le iniziali del nome ("A. e L. Giussani"), poiché secondo alcuni amici editori il pubblico avrebbe percepito con scetticismo un fumetto giallo, ricco di violenza e delitti, scritto da due donne. Nell'Italia degli anni '60 il fumetto riceverà in ogni caso critiche e tentativi di censura proprio per i contenuti violenti, per il protagonista giudicato "di cattivo esempio" e a rischio di emulazione e per l'amoralità dei costumi (le sorelle saranno chiamate in tribunale a causa, ad esempio, di una copertina in cui compare una donna in costume da bagno, o di una vignetta in cui Diabolik e Eva si accingono a dormire nello stesso letto nonostante non siano sposati).
 
 


Le sorelle Giussani vengono comunque sempre assolte, e nonostante il fumetto sia in realtà piuttosto "morigerato", soprattutto in confronto ad altre pubblicazioni epigone che nel frattempo nascono sulla scia del suo successo, e che calcano la mano su contenuti erotici e violenti, le due autrici decidono comunque di attenuare la violenza e la crudezza delle storie. Inizieranno a concentrarsi su intrighi sempre più arzigogolati della narrazione giallistica-poliziesca, con colpi e furti concepiti impeccabilmente e ogni volta sorprendenti, nonostante il ripetersi di uno schema narrativo rassicurante per cui il lettore sa che alla fine Diabolik riuscirà sempre a farla franca.
 
 
 
Per saperne di più sulle sorelle Giussani e sulla storia della nascita e del successo di Diabolik potete leggere la biografia scritta da Davide Barzi...
 
 
 
 
 
 
...e vedere il documentario di Andrea Bettinetti Le sorelle diabolike , da cui ho tratto diverse informazioni per questo post, nonché il titolo.



Dal documentario emerge la dedizione e la passione per il loro lavoro, ma anche la concretezza e l'ironia di queste due donne creative e indipendenti ma indissolubilmente legate l'una all'altra.









Silvia