domenica 11 luglio 2021

Gli anni più belli



Giada stava appoggiata allo stipite della porta, le gambe lisce incrociate, le infradito con gli strass che le aveva regalato sua madre per il compleanno, pochi giorni prima. Era già in costume e col suo solito tono sbrigativo disse: – Allora, andiamo? Sei pronta? – . Era luglio ed era l'ennesima estate più calda degli ultimi centocinquant' anni che ci toccava vivere annaspando e gocciolando, mentre la pianura padana assumeva il profilo delle distese verdi del Vietnam, intrisa della stessa umidità soffocante in cui ci muovevamo tutti più lenti, con i nostri sogni stropicciati e progetti impigriti nei cassetti.              Giada aveva dato l'unico esame della sessione a giugno, e da allora diceva alla madre di essere impegnata a prepararne altri due, ma anziché sottolineare economia aziendale o ripetere diritto privato, passava la maggior parte del tempo a spalmarsi di olio protezione tre e a ripetermi le cose che si erano detti lei e Davide. Mi invitava a casa sua quasi tutti i pomeriggi, tanto sua madre non c'era e suo padre lavorava. A volte la nonna faceva capolino dal piano di sotto o si affacciava alla finestra per dirci se volevamo qualcosa da mangiare. Giada le rispondeva urlando ma lei non capiva, e passati venti minuti o giù di lì ci venivano recapitati panini con paté di tonno o crostate alla marmellata amara. Giada li guardava con una smorfia e poi sospirava; non capivo mai se quel cibo le facesse davvero schifo o se odiasse solo il fatto di non poterselo mangiare. Da quando era finita la scuola era dimagrita continuamente: prima lo stress della patente, poi lo stress degli esami, infine lo stress di Davide.        Ma solo ora che la vedevo in costume mi rendevo conto di quanto fosse davvero magra, di come fosse cambiata. Io ero abituata alla magrezza, la mia, e di solito non mi colpiva troppo negli altri, come se nella retina avessi impresso un modello di corpo consueto, e vederlo fuori creava solo una sovrapposizione, nessun attrito, niente bordi che non combaciano e nessun bisogno di ricalibrare la vista. Però non riuscivo a smettere di fissare lo sterno che spuntava tra le coppe imbottite e vuote del suo costume a triangolo. Distoglievo lo sguardo, mi costringevo a guardare altrove e a pensare altro. 

– Dove ci mettiamo?                                                                                                                                      – Dove ti pare – disse, mentre stendeva il suo asciugamano nero sul lettino di fronte alla piscina – Prendi un lettino anche tu, che fai, ti sdrai sul prato? –. Spesso le domande che facevo mi sembravano incredibilmente stupide, ma me ne accorgevo solo quando Giada rispondeva, e ormai era troppo tardi per rimangiarsele. Trascinai a fatica il lettino di fianco al suo e sistemai la mia asciugamano troppo corta, preparandomi al momento che più odiavo di ogni estate: togliermi i vestiti e restare in costume.    Quando lo facevo, il tempo rallentava, i rumori si amplificavano, e sentivo gli occhi di tutti puntati su di me, anche se eravamo solo noi due. Gli sguardi si moltiplicavano e mi si appiccicavano addosso, facendomi mancare il respiro fino a soffocare. A volte era talmente difficile che a metà strada cambiavo idea e mi tenevo tutti i vestiti, morendo di caldo e raccontando qualche stupida scusa a cui qualcuno fingeva di credere. Mi guardavano male e ridacchiavano, poi andavano oltre, e alla prossima uscita a cui io non sarei stata presente si sarebbe parlato di come mi ero resa ridicola con le mie stravaganze e i miei complessi. Avrebbero rinfocolato i pettegolezzi per un po', avrebbero riso in cerchio attorno al fuoco, e poi sarebbero passate a quella successiva.                                                                                      Giada si era accomodata sulla sua sdraio, gli occhiali neri a farfalla le coprivano metà viso e stava sdraiata immobile e imperturbabile. Mi feci coraggio e fu come strappare un cerotto, anzi due: giù i pantaloni (sì, li portavo lunghi anche d'estate), su la maglietta. Giada abbassò leggermente gli occhialoni scuri e puntò lo sguardo nella mia direzione, trattenne un sorriso arricciando le labbra, poi riacquisì il suo rigor mortis, e si arrese al sole. L'obiettivo dell'estate, come di ogni estate, era abbronzarsi il più possibile e nel minor tempo possibile. Ad agosto ci sarebbe stata la grande prova finale, la vacanza in Sardegna con gli amici di Davide, e per quel giorno tanto agognato la sua pelle candida avrebbe dovuto raggiungere la gradazione del dattero bruciato dal sole del Marocco. Presentarsi in costume con addosso quel pallore sarebbe stata una vergogna imperdonabile, un'ingenuità che Giada non poteva permettersi. Un conto era mostrarsi così davanti a me, tutt'altra storia sarebbe stata farsi vedere da Davide o dagli amici di Davide, da Christian in particolare. – Ti ho detto cosa mi ha detto Davide, ieri, al telefono? – mi chiese senza voltarsi neanche di mezzo grado.                              – No. Beh, più o meno... – dissi, ripensando alla conversazione che avevamo avuto la notte prima e al suo resoconto ellittico della telefonata avuta in serata con Davide. Tra le sue omissioni e il mio abbiocco, erano le due, temevo di aver perso dei passaggi chiave.                                                             – Beh in pratica mi ha detto che lui la lascerà prima di andare in Sardegna. Sicuramente prima della Sardegna. Poi, voglio dire, anche lei... È stupida? Siamo a luglio, ancora non ti ha invitata in Sardegna, fatti due domande, no? Comunque, se lei non viene c'è un posto in più in macchina, ti va di venire? – .    Questo sicuramente non me l'aveva detto, la sera prima. Una cosa del genere l'avrei ricordata, mi avrebbe colpita, sarebbe riuscita a infrangere il muro del sonno.                                                               – E come faccio a venire? – le chiesi, temo, tradendo un certo sconforto lamentoso nella voce –. Lei si tirò un po' su e abbassò appena gli occhiali da mosca: – In che senso come fai a venire? –.                      Non sapevo proprio come spiegarglielo. Eppure neanche per lei era facile, questo lo sapevo. L'autoabbronzante, l'olio solare protezione tre, le cene saltate e i pranzi a base di frutta, la palestra ogni giorno, dopo quel famoso (infame) commento di Davide, i vestiti nuovi, il reso dei vestiti nuovi quando a Davide, secondo lei, non erano piaciuti, e tutte le cose taciute e soppresse e negate per riuscire a piacergli, prima, e per continuare a piacergli, dopo. Lo stress di Davide, insomma, che da mesi aveva sovrastato tutto il resto. Ma la mia situazione era diversa dalla sua: lei aveva Davide e aveva un piano, che a volte somigliava più a una condanna, una prigione auto imposta, costruita meticolosamente, di cui ogni giorno lucidava attentamente le sbarre. Però una strategia c'era, c'erano azioni da eseguire e ripetere con la fiducia che avrebbero portato a un risultato, che l'obiettivo sarebbe stato raggiunto.       Io invece non avevo nessun ragazzo e soprattutto non avevo nessun piano, nessun progetto, nessuna strategia malsana ma infallibile da perseguire. E non ce l'avevo perché sapevo che non sarebbe servito a niente: niente mi avrebbe strappata a quella realtà che conoscevo da troppi anni. E in quella realtà non sarei mai stata adatta, non sarei mai stata abbastanza, e tante cose mi sarebbero state proibite.              La vacanza in Sardegna sarebbe stata l'ennesima cosa per la quale avrei finto disinteresse e persino sdegno, ma alla quale in realtà rinunciavo perché non mi sentivo all'altezza, perché avevo paura dei giudizi degli altri. Non riuscivo a sopportare lo sguardo di Giada in piscina, a casa sua, tanto che ci avrei ripensato per giorni, figuriamoci come avrei affrontato gli sguardi di Davide e degli amici di Davide, di Christian, soprattutto: questa figura mitologica che mi era stata descritta come il figlio illegittimo di Alain Delon e di Dio, pronto per essere scritturato per un remake de La Piscine (e io non sarei mai stata Romy Schneider). Uno che a ventisei anni, non si sa come, o forse sì, era già chirurgo come il padre, e oltre a salvare vite, nel tempo libero andava con Gino Strada in giro per il mondo a raccogliere fondi. Una di quelle persone che prima dei trent'anni sembra aver vissuto più vite di quante tu ne vivrai mai: loro sono già alla terza, quarta reincarnazione, mentre tu sei ancora lì a cercare di capire come sopravvivere a te stessa. Non sarei rimasta in costume davanti a Davide e agli amici di Davide tra cui Christian, sarebbe stato come in quei sogni in cui vai a scuola nuda. Non volevo farlo e non ero costretta a farlo.                                                                                                                                – Silvia, tu devi venire assolutamente. Ti ci porto in manette, se necessario – disse Giada ora che aveva abbassato ancora di più gli occhiali da diva e mi fissava con sguardo perentorio.                                     – Ma...Perché? Cioè perché ci tieni tanto?                                                                                                   – E io come faccio senza di te? – Giada si sollevò sulla sdraio fino a sedersi a gambe incrociate – E se poi mi trovo male con gli amici di Davide? Con chi parlo? Con chi mi sfogo? Tu sei l'unica che mi ascolta, lo sai. La Mery non la posso più chiamare, da quando sta con quello...Se no lei sarebbe perfetta, ma figurati se ci viene, da sola, senza portarsi la valigia dietro.                                                                 – Non lo so, Giada...Forse devo andare in Francia da mia sorella, quest'estate.                                          – No, non puoi abbandonarmi per tua sorella! – Giada sbuffò e si alzò di scatto – Senti, io mi faccio un bagno, tu fai come ti pare – lasciò cadere gli occhiali sulla sdraio e e si tuffò.                                            L'afa sembrava aumentare ad ogni respiro, il mio costume intero era ormai indistinguibile dalla pelle, come una tuta da sub spalmata addosso. Guardavo Giada fare bracciate, immergersi, uscire dall'acqua e poi rituffarsi, con i capelli bagnati che luccicavano al sole come squame e il costume turchese un po' sgonfio sul suo petto. Pensavo a come sarebbe stato poter dire di sì, accettare un invito, anche se si trattava di un invito di convenienza, come era spesso (sempre?), e andare davvero in Sardegna, con ragazzi della mia età o di alcuni anni più grandi di me, svegliarsi tardi, andare al mare insieme, chiacchierare, ridere, andare a cena fuori, fare cose normali, non pensare, non avere paura, non addormentarsi con la testa sotto il cuscino per non sentirli litigare. La sera prima, mentre aspettavo la telefonata di aggiornamento di Giada, che si era poi svolta, come sempre, a orari vampireschi, mi aveva chiamato zia e avevamo parlato per cinque minuti, prima che le passassi mamma. Ci eravamo dette le solite cose di circostanza, e avevamo cercato di schivare le solite domande, di sparare risposte a salve a quei "Come stai?" a cui nessuna delle due voleva rispondere. Sentendo la mia voce triste e le mie risposte evasive e incerte, la vedevo sorridere benevolmente dall'altra parte del telefono e, come ogni volta, mi aveva detto: – Goditi questo periodo, sono gli anni più belli! 





domenica 4 luglio 2021

Saluti e baci da Rimini




– C'è voluto un po', ma ce l'abbiamo fatta – mi dice F. guardandomi fisso negli occhi. E stranamente il suo sguardo non mi disturba. 


Ci sono voluti giorni, mesi, e prima ancora anni, ma alla fine ci siamo trovati nella stessa città, con la stazione sullo sfondo e il mare davanti, in una cartolina sognata mille volte, di quelle con i collage di posti da visitare e le scritte vintage tondeggianti che ti mettono un po' tristezza e un po' allegria. C'è qualcosa di più triste della parola allegria
Ho passato la notte insonne a immaginare questo incontro nei dettagli più infimi: come mi sarei vestita, dopo mesi di pigiami e tute, come ci saremmo salutati, ora che i saluti sono così carichi di incognite, oltre che dei soliti imbarazzi, di cosa avremmo parlato, e cosa avrei detto, soprattutto, sperando che la timidezza non mi avrebbe stretto la gola e annebbiato la mente, come succede ancora più spesso di quanto vorrei. Certo che se ti lasci trascinare da certi pensieri è impossibile dormire, e se non dormi il mattino dopo le tue innate occhiaie te lo faranno pesare, ti guarderanno sprezzanti e arrese allo specchio e ti diranno: "Ma ci hai viste? Ti pare che con due come noi puoi permetterti di fare le ore piccole? L'insonnia tu non te la puoi permettere, ché poi inizi pure ad avere un'età!". Ed è così che mentre pensavo all'imminente confronto con le mie occhiaie, il sonno ha avuto la meglio, e per almeno tre orette buone ho avuto la grazia di non dover pensare a niente. 
Il viaggio in treno della mattina dopo, anche noto ai posteri come La Corsa Sgraziata Per Non Perdere l'Ennesimo Treno Della Tua Vita, è stato rocambolesco q.b. e mi ha lasciato senza fiato per una cospicua mezz'oretta, ché inizio pure ad avere un'età. Ma ora, con lui davanti, più alto e più carino di quanto lo ricordassi, sento di essermi accomodata in un accogliente presente in cui posso camminare, non correre, respirare senza affanno, esistere, senza desiderio di essere altrove. 
Trascorrere il tempo con una persona che ti piace è per me una forma di meditazione: ti immerge nel presente, ti libera dal peso di proiezioni passate e future, allevia il rumore dei vortici dei tuoi pensieri.  E così inizio a fluttuare in questo tempo sospeso e rarefatto, godendomi i movimenti lenti del mio corpo, il fluire spontaneo delle nostre parole, osservando i suoi sguardi e i suoi gesti.
F. quando parla gesticola un po', è teatrale, a volte, e si lascia prendere dall'enfasi di quello che racconta, dà il tono e la cadenza giusta a tutte le parole. Io lo guardo rapita e spero non se ne accorga troppo, ho paura che far trasparire quanto mi piace sia un passo falso, che sia come far scoprire il punto debole al nemico o dargli in mano l'arma con cui distruggerti. Di sicuro questo modo di pensare è retaggio di relazioni tossiche passate, perché poi non sempre l'altro è il nemico, non tutti sono lì per illuderti, usarti, ferirti. Credo che F. sia diverso, ma se fosse un altro di quella lista, appenderei le scarpette al chiodo e mi rassegnerei per sempre al mio destino monacale, ché tanto la vita ascetica penso mi si addica; anche se a molte cose ho rinunciato per paura più che per scelta, e la paura non è mai una motivazione saggia, per quanto possa esser salda e sostenersi benissimo e a lungo.


– Ti ho portato una cosa, per il tuo compleanno. Lo so, sono un po' in ritardo... – F. si gratta la testa e abbassa lo sguardo, accennando un sorriso.
Lo ringrazio e intanto ho gli occhi a cuoricino come in una delle emoticon che uso più spesso. Forse sono pure arrossita un po', ma con la mascherina non si vede. Stacco con cura lo scotch dagli angoli della carta bianca un po' increspata.
– No! Mi hai preso i cantucci!
– Però non mi deludere, me li devi assaggiare con il vino.
– Guarda che con il latte fresco di mandorle sono buonissimi lo stesso.
Miscredente! Eretica! – mi dice enfatico alzando le braccia – E comunque ci sarebbe anche questa... – Vedo una busta da lettera infilata nel risvolto della confezione, inizio ad aprirla, poi mi fermo. Preferisco leggerla da sola, a casa, un po' per masochismo e un po' per paura di quello che c'è scritto e di come potrei reagire. 
– Preferisco leggerla da sola, a casa, abbiamo così poco tempo... 
– Come vuoi. L'importante è che poi mi rispondi, e non fai finta di niente. Promesso?
– Promesso.
Mi prende la mano e continuiamo a camminare, avremo fatto già quelli che nella mia testa sono chilometri e chilometri, ma dopo che hai passato circa un anno, un anno e mezzo, a fare la spola tra il letto e il divano, perdi un po' la cognizione dello spazio e delle distanze. 
A proposito di distanze, quelle da colmare tra di noi sembrano tante: la distanza geografica, io qui confinata nella pianura dagli infiniti orizzonti ormai esauriti, lui lì affacciato sul mare con il vento dell'est che gli scompiglia i capelli; poi la differenza di età, quei sei anni che a volte sembrano pochi e a volte vorrei non esistessero, così almeno ci sarebbe una cosa in meno a cui pensare; le nostre famiglie sono radicalmente diverse, e per quanto mi piaccia immaginarmi sradicata, individuale, perché so quanto possano pesare le radici e quanto possano essere marce, toglierti forza anziché nutrirti, trattenerti anziché lasciarti crescere rigogliosa, mi accorgo ogni giorno di quanto reciderle sia complicato, faticoso, un lavoro estenuante su cui tornare e ritornare più volte. Poi sono diverse le nostre scelte di vita: le sue così sicure e ambiziose, così concrete e manifeste; le mie ancora tutte in embrione, ancora da disfare e rifare, perché per tanti anni ho rotolato, avvolta su me stessa, come un gomitolo che non voleva diventar maglione, e ora mi accorgo che inizio a sentire freddo, a desiderare una rotta e un porto a cui attraccare. Mi chiedo se saprà aspettare, se potrà tollerare tutte queste mie incertezze così imbarazzanti, ora che inizio pure ad avere un'età. Faccio fatica a parlargli di certe cose, ho paura di essere giudicata, temo che scopra che sono solo un bluff e che le qualità che vede in me siano sue allucinazioni, perché io riesco a vederle soltanto a volte, quando sono in un certo stato un po' alterato di coscienza. Il resto del tempo vivo in una realtà in cui mi sembra di non valere niente, di non essere all'altezza di nessuno, circondata da persone che valgono e che hanno sguardi ammiccanti e sorrisi sfacciati come in una pubblicità, ora che tutti sono in vetrina. Devi lavorare su te stessa, e peccato che non sia nemmeno un lavoro retribuito, anzi talvolta prevede pure che sia tu a pagare, per aggiustarti, per migliorarti, perché sì, vai bene così come sei, ma in realtà come sei non vai affatto bene e non sarai mai abbastanza per te e per nessuno.


– Quando stai in silenzio così a lungo inizio a preoccuparmi...C'è qualcosa che non va? Posso fare qualcosa per metterti a tuo agio? – mi chiede F. intuendo che quello non era un silenzio di quelli di chi sta bene e si gode anche l'assenza di parole, ma uno di quelli in cui si insinuano gli spifferi e i pensieri intrusivi.
– No no, niente.
– Quando voi donne dite niente...Non c'è da star tranquilli – abbozza un sorriso.
– Intanto voi donne a me non me lo dici – gli rispondo, sorridendo. 
– Suvvia, non te la prendere. È che ti ho vista che ti sei incupita...L'ho notato, hai cambiato proprio espressione. 
F. ha uno sguardo proprio dolce, accogliente, non ci trovi cattiveria nei suoi occhi, neanche quando è arrabbiato: al massimo si adombrano un po' di delusione, si offuscano di dispiacere, ma non scorgerai mai superbia o sarcasmo. 
Vorrei non dover ripartire così presto, vorrei annullare almeno una di tutte le nostre distanze, portarlo con me, restare qui, non lasciare che tutti questi stupidi chilometri si mettano di nuovo in mezzo. 
Vorrei non dover fare a meno del suo sguardo, della sua voce, delle sue mani. 





giovedì 24 dicembre 2020

Le luci di Natale




Le luci di Natale abbracciano le ringhiere dei balconi e punteggiano le finestre, la città si trasforma in una mappa illuminata che osservo con incanto, le speranze si accendono a intermittenza. 
Nel palazzo di fronte si è trasferita una nuova coppia, sulla trentina, con un bimbo piccolissimo; sono all'ultimo piano e sono stati i primi a mettere le luci, due stringhe su ogni terrazzo, luce calda fissa. 
Ogni tanto li sento litigare: lei lo sgrida perché lui ha sbagliato a comprare qualcosa, o gli dice che è l'ultima volta che si lascia convincere a fare qualcosa, o che il bambino la sta facendo impazzire e da sola non ce la fa a fare tutto. Potrebbero usarla per una pubblicità progresso che inviti la gente a restare single per sempre e a non fare figli. Però il bambino è adorabile con quel suo cappottino taglia zero, una cuffia di lana grossa in cui la sua faccina sprofonda, e quei passetti incerti che ti tengono col fiato sospeso. Gli inquilini di prima non mettevano mai luci a Natale, non mi stavano particolarmente simpatici, erano di quelli che salutano solo gli adulti e mai i bambini che sono con loro. Uno scambio di parole cortese, commenti sul tempo, la salute, la politica, ma neanche uno sguardo sotto al metro e cinquanta. Se ne sono andati poco tempo fa, da un giorno all'altro, senza salutare. 
La ragazza del terzo piano che fa sempre ginnastica in giardino ha decorato il balcone con lucine piccole come spilli, bianche e blu, che lampeggiano. Non mi ricordo mai come si chiama, credo Ilenia, o Ilaria. Lei una volta mi ha chiamato Sara, un'altra volta Giulia, quindi direi che siamo pari e patta.
Al secondo piano, Oscar ha appeso il suo Babbo Natale grassoccio che si arrampica e addobbato quel suo abete di plastica striminzito che fa quasi rimpiangere Spelacchio. Eppure, anche ai suoi addobbi tradizionali un po' malconci ci siamo abituati, e tiriamo un sospiro di sollievo quando li vediamo ricomparire. Quando ero piccola, Oscar era gentilissimo con me; non ha potuto avere figli, ma avrebbe voluto, e credo sarebbe stato uno di quei padri scanzonati che partecipano con convinzione a tutti i giochi che gli proponi, anche ai più assurdi. Come papà, che una volta ha accettato con entusiasmo persino di farsi truccare, quando ero nel periodo estetista&parrucchiera. Erano i primi anni novanta, i discorsi gender fluid non erano esattamente all'ordine del giorno.
Al primo piano, invece, abitano i Maiello, marito e moglie attorno ai settanta, ma vispi e vivaci come ci sogneremmo tutti di essere da vecchi. Sono una coppia da film, lui alto e affascinante come Ottavio Missoni, lei bella e dolce come Rosita. I Missoni sono una delle mie personali coppie ideali, di quelle che avrei voluto intervistare per sapere quale fosse il loro segreto. I Maiello vengono al secondo posto.  Si sono trasferiti qui da Napoli qualcosa come quarant'anni fa, così il loro accento è un ibrido ipnotico di napoletano ed emiliano. Quando parlano li ascolti rapita, sarà anche per il loro carisma, perché sono una di quelle coppie adorabili che finiscono uno le frasi dell'altro, ma non in un modo stucchevole che risveglia gli istinti omicidi, in modo tenero e affascinante. A guardarli ti viene da credere che esista ancora un po' di magia. I Maiello con le luci non si risparmiano mai: steli luminosi cadono dall'alto come una cascata cosparsa di stelle e piccoli punti luce decorano tutte le curatissime piantine della signora Agata. È un piacere andare a trovarla per un tè e una fetta di pandoro; non ti rovescerà mai parole addosso, solo per il gusto di poterle pronunciare, sa ascoltare e leggerti, anche soltanto con lo sguardo e il sorriso. Chiara, che abita nell'appartamento di fronte a quello dei Maiello, è davvero fortunata; ricordo di essere stata un po' gelosa di lei, quando si è trasferita qui. Adesso sta preparando due esami per la sessione invernale e ha deciso di non tornare a casa per Natale, perché dice che lì ci sono troppe distrazioni. Credo che qui abbia trovato un pezzetto di famiglia che non ha mai avuto, e cerchi in tutti i modi di tenerselo stretto. A volte succede di riconoscersi in alcune persone e di sentire che finalmente loro ti vedono come sei, o, perlomeno, come vorresti essere visto, come diceva Fitzgerald parlando di Gatsby e della sua abilità nel trattare gli altri, nel metterli a loro agio e nel farli sentire speciali. Chiara non ha messo luci alle finestre, solo un alberello di piccola taglia sul davanzale, con palline colorate e una stella dorata sulla punta. Non è particolarmente allegro, ha quell'aspetto dimesso che nei giorni di festa come questi potrebbe spingermi alle lacrime: è quello che io chiamo "effetto Piccolo Timmy", e può essere devastante.  
Al piano terra abitano i signori Berzieri, e loro, puntuali come ogni Natale, hanno addobbato con statuine del presepe e con la stella cometa fluorescente, luminaria che potreste trovare tranquillamente in una Chapel of Love di Las Vegas, e che con il presepe crea un effetto quantomeno insolito.
Quelli che vivono accanto, invece, si sono adoperati a ricoprire i vetri di tutte le finestre con fiocchi di neve ritagliati dalla carta; il risultato è molto più carino di quanto si possa immaginare. I Gallera, dall'altro lato, noti per la loro tendenza all'esagerazione, hanno tirato fuori la solita slitta con le renne da appendere al muro, le cui lucine non solo lampeggiano, ma lo fanno al ritmo di Jingle Bells. Di Babbi Natale rampicanti loro ne hanno tre o quattro, e stavolta addirittura hanno scovato la neve finta con cui decorare il tetto e i profili delle finestre. 
All'ultimo piano, invece, Tiziana è rimasta sola. Quest'anno non accenderà luci per Natale, ma quando la notte è buia e vede quelle degli altri, non può fare a meno di sorridere. 





mercoledì 23 dicembre 2020

Un passo alla volta




Il sole è già tramontato e la città è avvolta da nuvole allungate e rossicce. Per le strade la gente cammina mani in tasca e mascherina, dai marciapiedi rimbalzano i "Buone feste!", "Salutami i tuoi!", "Auguri!", e anche qualche "Speriamo bene!". Cammino anch'io mani in tasca e mascherina, un volto senza volto tra i tanti; mi sono accorta di gesticolare di più, di essere costretta ad alzare un po' la voce, di sentirmi più sicura nel parlare quando a parlare sono gli occhi. 
Lente di ingrandimento, cassa di risonanza, specchio ingranditore. Chi è gentile sembra volerlo essere di più, come se ogni sorriso cercasse di riscattarsi dal peso di troppi giorni tristi; chi è scontroso non può fare a meno di esserlo di più, perché la sua rabbia è troppa da contenere. Mi guardo intorno e mi guardo dentro e non so dire dove veda più confusione: ci sono attimi di calma apparente, al confine con la negazione, e poi ogni tanto c'è la realtà che ti prende a morsi. Come sempre, è più il tempo che passo a riflettere di quello che passo ad agire, e riflettere è un termine troppo nobile per quello che poi, più propriamente, è rimuginare. Mancano solo due giorni a Natale e sono qui a rimuginare.
Quest'anno farò io il cenone, e se avete ricette da consigliare questo è il momento di tirarle fuori perché ho i surgelati che mi guardano ammiccando dal congelatore, e non è facile per un surgelato ammiccare, capite che la situazione è drammatica. Ho parcheggiato la macchina a chilometri di distanza per non pagare le righe blu, ma anche perché ho bisogno di camminare. Le vie del centro sono illuminate come sempre. C'è la fila fuori dalla pescheria: signori con i capelli bianchi e la coppola di feltro commentano in dialetto le novità del giorno, pressappoco identiche a quelle del giorno prima. Non sopporto più nemmeno il dialetto di questa città. A volte mi sento un fantasma che torna a guardare la sua vita passata e mi assale una tristezza indicibile, che però io cercherò comunque di dire e descrivere, pur di non lasciarla lì nel petto a ristagnare come un acquitrino. 
La gelateria fa l'asporto, ecco, questa è una notizia capace di rincuorarmi. Dei ragazzini sistemati nelle pose più improbabili sui muretti stanno mangiando il gelato e alternano parole e bestemmie.
Continuo a camminare e il freddo sembra non ferire, i pensieri mi arrivano dai contorni più netti, una lucidità che ho solo in alcuni momenti, purtroppo. Mi ero promessa tante cose, mi chiedo se farò in tempo. Mi chiedo soprattutto quando capirò che il tempo è questo istante, che non ci sono davvero giorni di attesa prima di un evento, giorni inutili, giorni sospesi. Queste non sono le prove prima della vita vera, questa è già la vita vera, e io la sto sprecando nella paura e nell'attesa. Se solo fare liste bastasse per mettere davvero le cose in ordine, a quest'ora avrei conquistato il mondo.  
– Attenzione! – un signore mi passa accanto urtandomi con pacchi e pacchetti. Decido di fermarmi in libreria per mettere un po' a riposo le angosce. Le librerie per me sono il luogo delle possibilità, un posto di fermento e pace insieme: i libri non ti aggrediscono, non ci sono cartelli che strillano slogan e offerte imperdibili, luce sparata o musica ingombrante. I libri hanno una loro dignità e riservatezza, una loro eleganza. Hanno tanto da offrirti ma non si impongono: rimangono lì, ti aspettano, si fanno trovare quando tu li cerchi. E non è detto che ti capiti il libro giusto al momento giusto, però quando questo succede, l'episodio è da aggiungere alla lista dei piccoli momenti di felicità. Una di quelle cose che ti fanno credere che ci sia ancora magia e bellezza, e che non sei mai davvero solo. Passeggio tra gli scaffali e mi chiedo se oggi farò qualche incontro magico, se la copertina giusta saprà attrarmi a sé, se troverò pagine e parole capaci di portarmi via da qui, di farmi respirare un po' meglio. Prendo in mano un libro di poesie di Chandra Livia Candiani, che ho conosciuto con il meraviglioso libro Il silenzio è cosa viva, e decido che verrà a casa con me. Poi scelgo una raccolta di racconti che mi ha conquistata con poche parole ben appuntite nella quarta di copertina. Infine, c'è il libro di Ambra, non posso non prenderlo. Mi ricordo anche dei diari di Kurt Cobain da regalare a mio fratello, alibi perfetto. 
La libreria è popolata ma non affollata, respira piano e il suo battito è lento ma costante. La lascio con un sorriso rinfrancato, è ora di tornare a casa.